BIG DATA PER LE NOSTRE IMPRESE
Questo sviluppo della digitalizzazione dei processi e nel contempo delle capacità di super calcolo diventano un elemento cruciale per lo sviluppo dell’industria italiana, proprio perché la nostra industria è composta da una vasta rete di piccole e medie imprese operanti sui mercati internazionali offrendo beni di alta qualità e caratterizzate da uno stile che è riconosciuto come “Stile italiano”. Le imprese italiane si sono affermate ai massimi livelli internazionali partendo da tradizioni di un artigianato, basato su straordinarie competenze e manualità e nel contempo su un altrettanto rilevante capacità di ascolto dei bisogni emergenti dei propri clienti, siano consumatori finali, o altre imprese con le quali disegnare assieme le loro macchine di produzione.
In questo senso “Industria 4.0” è un marchio, introdotto di recente in Germania, per spiegare un modo di produzione che da tempo le nostre imprese più innovative avevano sviluppato.
Big data diviene una grande opportunità proprio per le imprese italiane perché dopo il lungo periodo di un modo di produzione basato sulla standardizzazione dei beni, che aveva posto al margine le nostre tradizioni di un artigianato di qualità, si è giunti ora ad un modello di produzione che tende ad accoppiare le capacità di personalizzazione proprie della nostra piccola impresa con i grandi volumi, che i mercati globali permettono di realizzare. Ad esempio produrre scarpe di altissima qualità in un mercato chiuso vuol dire restringersi in una nicchia, ma in un mercato globale vuol dire operare in un grande mercato in crescita, che però richiede una rete distributiva controllata direttamente e una organizzazione della produzione tale da garantire che tutta la gamma di prodotti venduta su una così ampia rete abbia la stessa qualità.
Big data per le imprese vuol dire quindi poter gestire una crescente varietà di prodotti personalizzati, non più nel ristretto mercato locale ma sull’intero mercato globale.
Un paio di esempi ancora. Per chi produce macchine di produzione – ad esempio macchine per il packaging di prodotti alimentari – big data vuol dire disporre in tempo reale di tutti i dati di funzionamento delle macchine vendute ai quattro angoli della terra, garantendo una manutenzione remota continua, che riduce i rischi di fermate non volute. Per i produttori di beni di consumo – ad esempio un gruppo che dispone di una rete di negozi in cui vende diversi marchi di abbigliamento – vuol dire poter non solo controllare i riassortimenti in tutta la rete di vendita in ragione delle vendite realizzate in ogni momento, ma anche mutare i prezzi di ogni singolo prodotto esposto in ragione delle vendite effettivamente realizzate in quello specifico momento.
In agricoltura del resto big data significa poter disporre dei dati sul clima e le previsioni metereologiche coniugate con lo stato di maturazione dei prodotti, ottimizzandone i tempi di raccolta.
E nei servizi infine vuol dire poter disporre dei dati inerenti alle preferenze dei singoli consumatori, anticipandone i bisogni.
LE NUOVE INFRASTRUTTURE: UN SISTEMA RICCO MA INSUFFICIENTE
Bisogna quindi garantire un’infrastruttura che sappia gestire questa marea crescente di dati, ma soprattutto sia in grado di sviluppare i cosiddetti dataanalytics, cioè la formulazione delle modalità di ordinamento e fruizione di tali dati, per poter giungere ad un loro utilizzo efficiente.
Il nostro paese possiede una rete di centri di raccolta e elaborazione di Big Data significativo. Questa rete è stata creata principalmente ad uso scientifico, ma oggi questa può divenire il motore dell’intera società italiana. Esiste e funziona una rete, chiamata GARR, che unisce tutte le strutture di ricerca fra loro e che costituisce il sistema nervoso dell’intero sistema scientifico nazionale.
Le università italiane condividono un consorzio, il Cineca, nato per gestire dati amministrativi e ora potente macchina di ricerca, che convoglia ormai non solo la maggior parte dei dati del sistema scientifico nazionale, ma anche i dati, le elaborazioni e le proiezioni di alcuni fra i maggiori player nazionali, come l’Eni.
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche possiede una serie notevole di laboratori in cui masse di dati sono già disponibili per grandi linee di utilizzo.
L’Infn – l’istituto nazionale di fisica nucleare, l’istituto nazionale di astrofisica, e gli altri enti pubblici di ricerca costituiscono già i perni di reti internazionali di ricerca e di elaborazione di dati, che necessariamente debbono costituire la piattaforma di una nuova visione dell’economia.
È questo apparato di ricerca, che assieme con le nostre università costituisce la grande infrastruttura necessaria allo sviluppo di una industria pienamente in grado di inserirsi al meglio nella nuova Industrie 4.0.

Tuttavia questo immenso patrimonio non ha sufficiente evidenza nel nostro paese e non gioca quel ruolo propulsivo che un sistema nazionale di ricerca di questa dimensione dovrebbe avere in un paese che deve ritrovare un sentiero di crescita economica e di sviluppo civile proprio nella capacità di posizionarsi sui mercati internazionali con prodotti e servizi di grande qualità ed in grado di rispondere ai bisogni emergenti nella società.
L’esperienza tedesca dimostra come occorrano strutture che agiscano di interfaccia fra sistemi della ricerca ed imprese – in particolare con quelle imprese di piccola e media dimensione che costituiscono l’ossatura portante della nostra economia. In altre parole non ci vuole solo il Max Planck Institut, cioè l’istituto nazionale delle ricerche, ma è necessario avere anche il Fraunhofer Institute, cioè la rete dei centri di diffusione dei risultati della ricerca all’ industria, e con queste istituzioni anche grandi strutture di supercalcolo che agiscano come servizio allo sviluppo di un sistema industriale che deve crescere in modo equilibrato in tutte le sue componenti.
IL TECNOPOLO DI BOLOGNA E L’HUB EUROPEO BIG DATA
Le reti big data in Italia si incrociano per motivi storici su Bologna, qui vi è la sede del Cineca, snodo di tutte le università italiane, qui vi è la sede del sistema di super calcolo dell’Infn, che fra l’altro serve anche il Cern di Ginevra, qui si incrociano con il nodo Garr anche le attività dei principali centri nazionali di ricerca, tanto che il 70 per cento del flusso dati per la ricerca transita per il nodo di Bologna.
A Bologna giunge anche il data-center della Agenzia europea per le previsioni meteorologiche fino ieri basata a Reading in Gran Bretagna.
L’azione in corso, promossa dalla Regione collocherà questi centri di super calcolo nel tecnopolo nella Manifattura Tabacchi disegnata da Pier Luigi Nervi nel 1952 ed oggi a nuova vita come hub della ricerca incentrata su strutture a servizio del Paese e del sud Europa.
Questo snodo avrà come mandato la ricerca nel settore del cambiamento climatico e dell’ambiente (vi sarà tra l’altro la nuova sede dell’Enea), della produzione industriale (vi sarà il nuovo Competence center Big data for Industry 4.0 del Ministero dello sviluppo), la salute (con il centro di calcolo dell’Istituto ortopedico Rizzoli, centro di ricerca e cura leader a livello europeo).

Il Big Data Technopole di Bologna diviene quindi, in piena continuità con le nostre università, lo snodo di una rete infrastrutturale necessaria per il riposizionamento delle nostre imprese, in particolare delle aziende del NordEst italiano, e dell’intero Paese nel nuovo contesto aperto e competitivo.
Tuttavia i dati sono strumenti, che tuttavia servono solo se si ristabiliscono obiettivi sociali che l’intera comunità possa condividere, senza il timore che proprio il controllo dei dati costituisca la base di nuovi poteri più o meno occulti. Ricostruire obiettivi di sviluppo equo e condiviso e garanzia delle tutele dei nuovi e vecchi diritti dei cittadini diviene quindi la vera necessita per un uso adeguato di dati, che possono essere o il nuovo mare in cui prendere il largo oppure l’abisso in cui naufragare. Ma noi certamente non naufragheremo.
