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Giovani e Attrattività

Come attrarre i giovani

Condividi Pubblicato il 4 gen 2025

Le notizie e le analisi sulla fuga dei giovani italiani dalle regioni di tutto il Nord Italia, e dal Veneto in particolare (soprattutto laureati), fanno scattare in chi le apprende l’usuale reazione pavloviana: ovvio che vadano via, non vi siete accorti delle basse retribuzioni italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei avanzati? Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di fronte alle imprese di Confindustria riunite in assemblea nel 2023, ha citato come spinta a espatriare “la povertà delle offerte retributive disponibili”; e ha fatto di nuovo cenno ai giovani che vanno a lavorare all’estero nell’ultimo discorso di fine anno.

Il divario retributivo c’è, eccome, e molti potrebbero fare esempi e citare aneddoti di ingegneri, ricercatori universitari, infermieri, medici, operai specializzati e non, commessi di negozio, e chi più ne conosce ne aggiunga. Tuttavia, c’è il rischio che, così instradata, la discussione non faccia molta strada, anzi si fermi subito di fronte al muro del “non possiamo” che le aziende eleverebbero. “Non possiamo” pagarli di più perché la produttività non lo consente, perché i giovani non sono adeguatamente preparati, perché perderemmo competitività, perché i bilanci finirebbero in rosso, e via argomentando seguendo logiche assai scontate.

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Foto di Jan Van Der Wolf – Pexels

D’altra parte, se potessero pagare salari più elevati sarebbero imprese più simili per dimensione, organizzazione, governance, specializzazione, fascia di mercato a quelle dei Paesi che attirano i giovani italiani, e quindi la fuga non ci sarebbe, o addirittura i territori del Bel Paese riuscirebbero ad essere attrattivi verso i giovani cittadini di quegli stessi Paesi. Se me nona a gavea e rode a xera na carìoea. Fine del discorso.

Invece no. Proprio dalle ruote che mancano occorre partire. Per traghettare il sistema di imprese veneto e settentrionale tutto dalle attuali non attrattive condizioni a quell’assetto che è patrimonio di culturale imprenditoriale comune negli altri Paesi europei. E la fuga dei giovani è il fattore catalizzatore del cambiamento. Da dove iniziare? Ce lo dicono gli stessi giovani expat.

Per esempio, la retribuzione è un fattore importante, assolutamente. Ma non in sé, bensì come riconoscimento del valore, non solo economico, dei giovani. Ha perfettamente ragione Giovanni Costa a distinguere tra i diversi aspetti della retribuzione e a porre l’accento sull’attenzione alla persona e sul suo contributo ai risultati dell’impresa, mentre il sistema contrattuale italiano massifica e livella concentrandosi troppo sulla posizione-ruolo (Corriere del Veneto del 29 dicembre).

Per i giovani expat che hanno risposto al questionario della Fondazione Nord Est è fondamentale che la retribuzione corrisponda al lavoro svolto, ossia remuneri il merito. Merito, non anzianità. Inoltre, deve essere adeguata al costo della vita (si veda il rapporto I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero. Propensione e motivazione). In entrambi i casi l’Italia fallisce miseramente il test di attrattività. Ce n’è abbastanza per mettere in discussione il sistema retributivo, ancorato ai contratti nazionali centralizzati che guardano poco al merito e troppo all’equità. E per buttare alle ortiche la pratica, per non dire malcostume, di offrire stage poco o nulla pagati. Perché i primi non rispondono al primo requisito della retribuzione (remunerare il merito) e gli stage né al primo né al secondo, ossia l’adeguatezza al costo della vita.

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Attenzione, la retribuzione è importante ma non è l’elemento più importante. Infatti, non viene indicata al primo posto tra le motivazioni dell’espatrio, che vede invece in testa la “ricerca di condizioni di lavoro” e la “ricerca di condizioni di vita migliori”, con punteggi che sono due volte più alti della “ricerca di un salario più elevato”.

L’identikit del buon posto di lavoro, quello che viene ricercato dai giovani, può essere disegnato dalle risposte dei giovani expat, che mettono davanti a tutto, nell’ordine: “buona reputazione dell’impresa” (marchi noti), “apertura internazionale dell’impresa” , “il team di lavoro”, “contenuto del lavoro interessante”, “attenzione alla diversità e all’inclusione”. Su ciascuno di questi elementi si potrebbe aprire un ragionamento, tuttavia val la pena evidenziare il fattore accomunante del lavoro come parte della crescita personale, attraverso un percorso piacevole e arricchente sul piano umano non meno che su quello professionale.

Qualcuno storcerà il naso, essendo cresciuto con il concetto del lavoro come dovere e come fatica, memore della condanna biblica. Non sono estraneo a questa visione, ma non si possono ignorare due aspetti fondamentali: se nel lavoro ci si diverte, si impara e si rende di più, quindi il lavoro gioioso è nel tornaconto aziendale (ben lo sanno le multinazionali estere); sono i giovani i portatori di novità e i facitori di futuro, e opporsi alla loro visione vuol dire perdere lavoratori di talento, e competitività.

Come si vede, per attrarre i giovani e traghettare il sistema produttivo verso un assetto all’altezza dei concorrenti europei,  c’è molto da lavorare nell’organizzazione aziendale, nel management e nella governance, senza per forza pagare le retribuzioni tedesche, svizzere, francesi o inglesi. D’altra parte, la Spagna ha le nostre retribuzioni ma attrae molto di più.

In politica economica si chiamerebbero “riforme senza costi”. Una formula che vale anche per il settore privato. Imprenditori, questa è la sfida e qui si proverà il vostro talento di innovatori sociali oltre che economici.

PS: naturalmente anche i governi locali hanno un po’ di compiti a casa da svolgere. A cominciare con lo smettere di negare propagandisticamente il fenomeno o far finta di non capirne le ragioni. Ma questa è un’altra storia.

 

Articolo apparso su Il Corriere del Veneto il 3 gennaio 2025

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