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Come si torna a generare nuova imprenditorialità nel Nord-est?

Condividi Pubblicato il 11 lug 2026

Il tessuto imprenditoriale italiano, e in particolare quello nordestino, attraversa una fase di profonda trasformazione. La competizione globale rende sempre più difficile fare impresa come nelle generazioni precedenti, quando il Nord-est era incubatore naturale di realtà manifatturiere destinate a diventare multinazionali, grandi o piccole.

Oggi il tempo è tiranno, la tecnologia evolve rapidamente e i capitali necessari per rimanere al passo con i competitor europei, asiatici e americani sono ingenti. Il risultato è una progressiva contrazione del tessuto societario: il numero di imprese si riduce per effetto del consolidamento in diversi settori maturi, dell’ingresso dei fondi di private equity e del normale ciclo di vita aziendale. E come per la demografia umana in Italia, anche quella economica non è in grado di avere un tasso di sostituzione adeguato: nascono troppe poche imprese rispetto a quelle che muoiono.

Questo implicherà, da un lato, l’abbandono del modello della PMI a favore di aziende più grandi che acquisiranno o sostituiranno le piccole. Ma, dall’altro, una progressiva riduzione dell’attività economica complessiva e una conseguente perdita di ricchezza generalizzata. È dunque urgente aumentare la “fertilità imprenditoriale” del territorio, risvegliando lo spirito imprenditoriale assopito, ma non cessato, del Nord-est.

Per farlo, bisogna accettare la realtà dei fatti su come sia cambiato il “fare impresa” negli ultimi 30 anni: difficilmente rivedremo le evoluzioni stabili e progressive che hanno portato una piccola fabbrica di occhiali nata nel 1961 a diventare il maggior produttore globale (Luxottica), o un’azienda di tubi di vetro a essere quotata al Nasdaq (Stevanato) o ancora un’officina di produzione attrezzature metalliche del primo dopoguerra a diventare leader negli impianti siderurgici (Danieli).

La realtà del ventunesimo secolo mostra come la probabilità di emergere economicamente sia legata tanto alla visione degli imprenditori e dei tecnici quanto alla rapidità di esecuzione e di crescita, perché se l’arena di gioco si espande da un Paese ad un continente e al mondo intero, la competizione si moltiplica. Di conseguenza, il modello di sviluppo della “nuova imprenditorialità” tende a seguire sempre più le dinamiche delle startup, caratterizzato dalla necessità di comprimere i tempi e raccogliere risorse per arrivare prima degli altri.

Nonostante la forte vocazione imprenditoriale del territorio, il Nord-est accusa un deficit significativo di nuova imprenditorialità rispetto ad altre aree italiane ed europee. Il problema non è la carenza di capitale umano ma piuttosto di una evoluzione culturale che negli ultimi trent’anni non ha mantenuto il passo innovativo del secolo precedente.

L’imprenditorialità nordestina necessita, in altri termini, di una rivoluzione culturale. Anzi, tre.

1. Riportare i giovani all’imprenditorialità

Fino ai primi anni duemila si aveva la percezione che chiunque potesse (e volesse) aprire la propria attività, una sorta di american dream in saòr. Ora, dopo anni di sterilità economica e produttiva, quella strada non è più considerata percorribile dalla maggioranza dei giovani. Il primo cambiamento culturale necessario, più una restaurazione che una rivoluzione, consiste quindi nel restituire all’imprenditorialità lo status di scelta legittima e praticabile, al pari della carriera accademica, del lavoro dipendente o della libera professione. Aggiungere questa “casella mentale” tra le possibilità di espressione economica dei giovani non sarà certo un cambiamento culturale immediato, ma può partire da ciò che c’è già, come i luoghi di incontro e di scambio di idee con chi l’ha fatto prima o da un’altra parte, allo stesso modo di quanto avviene nella ricerca o all’università.

2. Le imprese esistenti diventino clienti delle startup

Il secondo cambiamento culturale necessario deve provenire delle imprese esistenti. Collaborare con le startup, accreditandole come fornitori, affidando loro lo sviluppo di prodotti o servizi, è il modo più diretto e concreto per alimentare l’ecosistema dell’innovazione e per parteciparvi. Prima ancora dei capitali di rischio, le nuove imprese hanno bisogno di clienti, referenze e casi d’uso. Il beneficio è reciproco: le imprese consolidate ottengono innovazione, sviluppo del prodotto, personalizzazione e spesso vantaggi di costo. Una situazione win-win anche per il territorio, poiché questo circolo virtuoso accorcia le catene del valore, favorisce il reshoring di forniture oggi provenienti dall’estero. È in linea, insomma, con la tendenza a ridurre l’esposizione geopolitica, senza rinunciare alla competitività tecnologica.

3. Una riforma istituzionale abilitante

La terza rivoluzione è di natura istituzionale. Le imprese italiane sono frenate da un sistema che impone vincoli sproporzionati: burocrazia, lentezze del sistema legale e giudiziario, infrastrutture fisiche e digitali inadeguate, pressione fiscale elevata, costi energetici fuori scala. Non tutto può essere risolto in tempi brevi, né rientra nelle sole competenze regionali. Tuttavia, nell’ambito delle proprie attribuzioni, gli attori pubblici possono fare molto: indirizzare risorse verso la ricerca, costruire infrastrutture tecnologiche condivise tra imprese, università e startup, sul modello del Supercomputer Leonardo a Bologna, semplificare i procedimenti amministrativi, potenziare i trasporti per favorire la densità relazionale del territorio. Laddove il privato è più rapido ed efficace, il pubblico deve creare le condizioni perché gli investimenti arrivino.

Il modello qui delineato privilegia il flusso economico reale rispetto a quello puramente finanziario come motore di crescita. Replicare nel Nord-est le dinamiche del venture capital americano, britannico o milanese sarebbe irrealistico, data la differenza di ordine di grandezza nelle risorse disponibili. Ma ciò non significa rassegnarsi: significa adattarsi al contesto, valorizzare ciò che il territorio già esprime e costruire un ecosistema competitivo su basi proprie.

Come ogni nuovo modello, nemmeno questo funzionerà alla perfezione da subito: richiederà aggiustamenti, correzioni di rotta e un graduale afflusso di capitali finanziari, oggi presenti nel territorio ma orientati verso impieghi tradizionali, anche per l’assenza di opportunità nell’innovazione. L’obiettivo finale deve però essere chiaro e condiviso: non rassegnarsi al declino industriale e sociale del Nord-est, ma riportare l’imprenditorialità al centro del sistema economico di un territorio che ha già dimostrato, in passato, di sapere come farlo.

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