
Articolo apparso sui quotidiani del gruppo NEM lunedì 11 maggio 2026
Negli ultimi giorni è cresciuta la preoccupazione per l’evoluzione dello scenario internazionale e le sue ricadute economiche. Le tensioni in Medio Oriente riportano al centro del dibattito la vulnerabilità delle economie europee agli shock su energia e catene del valore. Ma cosa sappiamo, ad oggi, dell’impatto economico della crisi sulla nostra economia?
All’inizio di aprile, Banca d’Italia ha elaborato due possibili scenari per valutare gli effetti del conflitto. Nel primo, scenario base, la crescita risultava debole nel breve periodo: il PIL era atteso intorno allo 0,5% nel 2026, per rafforzarsi gradualmente fino allo 0,8% nel 2028. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione era attesa fino al 2,6%, sospinta in larga misura dal rincaro delle materie prime. Si tratta di un elemento cruciale: l’inflazione incide direttamente su consumi e investimenti, le due componenti principali della domanda.
Nello scenario avverso, il conflitto avrebbe effetti più intensi e prolungati e l’aumento dei prezzi si trasmetterebbe più ampiamente all’economia, coinvolgendo salari e prezzi dei beni e servizi. L’inflazione salirebbe fino a circa il 4,1%, accentuando le pressioni su consumi e investimenti.
Cosa distingue davvero i due scenari? Il livello dei prezzi energetici. Nello scenario di base si ipotizza che il prezzo medio del Brent sia pari a 89 dollari al barile nel 2026, mentre il gas naturale sarebbe intorno a 51,3 euro per megawattora. Nell’ipotesi avversa, invece, il prezzo del petrolio supererebbe i 160 dollari al barile, per poi ridursi gradualmente fino a circa 130 a fine anno, mentre il gas arriverebbe a sfiorare i 120 euro per megawattora, per poi scendere lentamente.
Considerando che le previsioni di Banca d’Italia risalgono ai primi di aprile, cosa è cambiato nelle settimane successive? L’evoluzione in corso appare ancora in linea con lo scenario base o si stanno rafforzando i rischi di uno scenario più avverso?
I dati più recenti dei mercati energetici suggeriscono che lo scenario attuale resti ancora più vicino all’ipotesi di base delineata da Banca d’Italia che a quella avversa. Le quotazioni del gas europeo si collocano intorno a 45 euro per megawattora, ancora sotto i 51 euro previsti nello scenario base, molto lontane dai circa 120 euro dello scenario avverso. Più elevato il petrolio: il Brent ha superato i 100 dollari al barile, sopra gli 89 dollari dello scenario base ma ancora lontano dai 130-160 dollari dello scenario più critico.
In che modo il contesto macroeconomico risente di queste tensioni? I dati Eurostat mostrano infatti come, a fronte di un’inflazione complessiva prossima al 3% nell’area euro e al 2,8% in Italia, la componente energetica cresce a ritmi significativamente più elevati in Italia (fino all’8% su base annua contro circa il 5% nell’area euro). L’aumento dei prezzi resta concentrato nei settori più esposti allo shock energetico, senza trasmettersi pienamente al resto dell’economia.
Parallelamente, dai dati ISTAT più recenti emergono segnali di indebolimento della domanda interna. Il clima di fiducia è in calo sia tra i consumatori sia tra le imprese, mentre sul mercato del lavoro si osserva una sostanziale stabilità con lievi segnali di rallentamento dell’occupazione. Nel Nord-Est peggiorano soprattutto le aspettative economiche e il clima futuro dei consumatori. Sul lato delle imprese, i dati sui prezzi alla produzione indicano una forte accelerazione dei costi nell’industria (+4,2% su base annua). Questo conferma come lo shock energetico si stia già trasmettendo lungo la filiera produttiva, pur senza riflettersi pienamente sui prezzi finali.
Nel complesso, i dati più recenti non indicano una rottura dello scenario di base, ma evidenziano un progressivo accumulo di tensioni. Il rischio principale non appare tanto quello di un improvviso passaggio allo scenario avverso, quanto piuttosto quello di uno slittamento graduale verso una fase più prolungata di crescita debole, energia costosa e incertezza persistente.
Molto dipende anche dalla durata delle tensioni. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, una risoluzione della crisi entro metà anno avrebbe effetti limitati sulla crescita mondiale, attesa intorno al 3,1%. Se invece le tensioni dovessero protrarsi per tutto il 2026, la crescita globale potrebbe scendere vicino al 2%, un livello associato a forte rallentamento e rischi recessivi in diverse economie.
Le tensioni energetiche restano dunque un fattore di rischio centrale per l’economia. Ma rispetto alle crisi petrolifere del passato esiste una differenza importante: oggi l’Europa dipende meno da petrolio e gas per generare crescita. Dal 2000, la quantità di petrolio necessaria a produrre 1.000 dollari di PIL si è più che dimezzata. Una trasformazione che non elimina la vulnerabilità agli shock energetici, ma consente alle economie europee di assorbirne meglio gli effetti rispetto al passato.