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Dal fabbisogno energetico all’innovazione: il Nord Est industriale in trasformazione

Condividi Pubblicato il 7 giu 2025

Foto di Pok Rie - Pexels

Nonostante i progressi in efficienza energetica, l’industria del futuro avrà bisogno di sempre più energia. Nel Nord-Est, questo fabbisogno si intreccia con un tessuto produttivo ad alta intensità energetica: dalla metallurgia in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, alla ceramica e all’alimentare in Emilia-Romagna, fino alla carta, metallurgia e alimentare in Trentino-Alto Adige. Le 1.360 imprese energivore della macro regione impiegano oltre 150.000 addetti, rendendo l’energia un tema cruciale per competitività e lavoro. In questo scenario, il cleantech potrebbe rappresentare un’opzione interessante: una traiettoria da esplorare per coniugare innovazione, autonomia energetica e sostenibilità


Il tessuto industriale del Nord-est italiano, in particolare il comparto manifatturiero, si trova oggi a un bivio strategico: la crescente pressione legata al fabbisogno energetico e all’aumento dei costi dell’energia impone scelte strutturali profonde per garantire competitività e sostenibilità nel lungo periodo. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, “nonostante i miglioramenti nell’efficienza energetica, si prevede che la domanda globale di energia continuerà ad aumentare nei prossimi decenni, spinta dalla crescita economica, dall’industrializzazione e dalla digitalizzazione” (IEA, World Energy Outlook 2023). Anche l’industria del Nord-Est si inserisce pienamente in questa dinamica: i nuovi modelli produttivi, sempre più complessi e automatizzati, rischiano infatti di accrescere il fabbisogno energetico complessivo.

Negli ultimi anni si sono registrati miglioramenti nell’efficienza energetica e una crescita nell’uso delle fonti rinnovabili anche nei processi industriali. L’efficienza energetica — cioè quanta energia serve per produrre un’unità di ricchezza (PIL) — in Italia è diminuita del 22% tra il 1995 e il 2022, segno che il Paese è riuscito a far crescere l’economia utilizzando meglio le risorse energetiche.  Tuttavia, questi progressi non bastano a contenere l’incremento strutturale della domanda: servono scelte industriali lungimiranti, capaci di coniugare innovazione, sostenibilità e sicurezza energetica.

Ogni regione nordestina affronta sfide energetiche specifiche legate alle proprie vocazioni industriali: il Friuli-Venezia Giulia deve gestire l’elevata intensità energetica della metallurgia, che assorbe quasi metà (42,7%) del consumo industriale d’energia; l’Emilia-Romagna in termini relativi concentra maggiormente le proprie sfide energetiche nei settori alimentare e ceramico, che insieme rappresentano oltre il 41% dei consumi di energia; il Trentino-Alto Adige presenta una distribuzione più equilibrata tra il settore cartario (17,5%), alimentare (16,5%) e metallurgico (15,7%); mentre il Veneto vede in prima linea la metallurgia (16,9%) e prodotti in metallo (8,6%) e alimentare (12,9%).

Tabella 1. Consumi industriali di energia elettrica per classi merceologiche(Anno 2023)

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Fonte: Elaborazioni FNE su dati di bilancio di energia elettrica – Terna

Partendo dalle elaborazioni della Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali (CSEA) e incrociandole con i dati di bilancio ricavati dalla banca dati AIDA, si stima che il Nord Est conti 1.360 imprese energivore, che impiegano oltre 150.000 lavoratori. Si tratta di un nucleo strategico del sistema produttivo italiano, altamente concentrato in settori manifatturieri e industriali energivori (come metalmeccanica, chimica, vetro, ceramica, carta), dove la pressione dei costi energetici ha un impatto diretto su competitività e occupazione.

Nel confronto tra le quattro regioni del Nord Est, il Veneto emerge nettamente come il principale polo industriale energivoro, con 672 imprese e oltre 69.000 dipendenti, seguito da vicino dall’Emilia-Romagna con 495 imprese e quasi 60.000 occupati. Queste due regioni rappresentano da sole oltre l’85% dell’occupazione complessiva del settore nell’area, confermando la loro centralità produttiva. Più contenuta ma comunque significativa è la presenza in Friuli-Venezia Giulia, con 128 imprese e 12.249 addetti, mentre il Trentino-Alto Adige si colloca in coda con 65 imprese e 9.189 dipendenti, pur mostrando un rapporto elevato tra numero di lavoratori e numero di aziende. Questa fotografia evidenzia un tessuto produttivo variegato, in cui la dimensione occupazionale delle imprese energivore è fortemente legata alla struttura industriale regionale e alla concentrazione settoriale.

Tabella 2 – Imprese energivore, con i loro ricavi e i dipendenti sul territorio del Nord Est (anno 2023)

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Fonte: Elaborazione FNE su dati CSEA e AIDA – bilanci civilistici e non consolidati

Le imprese energivore del Nord-est non sono solo una componente dell’apparato industriale, ma un motore fondamentale per l’occupazione. Ogni intervento su politiche energetiche (tariffe, sostegni, transizione verde) ha effetti diretti sul mercato de lavoro e sulla competitività. La dimensione occupazionale delle imprese energivore impone attenzione differenziata e strumenti di accompagnamento calibrati su specificità territoriali e settoriali.

La tecnologia pulita, o cleantech, fornisce opportunità interessanti, come evidenziato dall’ultimo report di Cleantech For Italy. Con questo termine ci si riferisce a prodotti, servizi e processi che utilizzano fonti di energia e materiali rinnovabili, riducendo le emissioni e i rifiuti con un impatto minimo sull’ambiente. L’incertezza sui finanziamenti e le politiche di transizione climatica negli Stati Uniti, come il ritiro da accordi internazionali e il congelamento dei fondi per la ricerca ambientale, apre ulteriori opportunità per l’Europa, come un partner affidabile per il settore cleantech. In questo scenario, la cleantech potrebbe essere una risorsa strategica e un’opportunità per rilanciare l’innovazione e competitività industriale. La Cina, ad esempio, ha già fatto passi da gigante in questo campo, mostrando come gli investimenti in tecnologie pulite e in infrastrutture per l’energia rinnovabile possano fungere da motore di sviluppo economico e innovazione.

“La sostenibilità conviene, anche sul piano economico” – afferma l’ultimo rapporto ASviS.  Nel contesto italiano il settore cleantech sta crescendo rapidamente, e gli investimenti dal 2019 ammontano ad oltre 1 miliardo di euro, con il settore dei Materiali e Chimica che sta diventando sempre più rilevante, soprattutto grazie all’interesse per i materiali conduttivi, il grafene oppure soluzioni bio-based.  Tuttavia, l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei perché rimane limitata la capacità di trasformare l’innovazione in applicazioni industriali. Se adeguatamente supportato dalle politiche pubbliche mirate, il settore cleantech rappresenta un asset per un futuro industriale sempre più sostenibile, generando opportunità di innovazione e di crescita economica a lungo termine.

* Versione estesa del commento apparso sui quotidiani del gruppo NEM

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