
Negli ultimi anni le imprese manifatturiere si trovano ad operare in un contesto sempre più complesso. A monte, l’aumento dei prezzi delle materie prime ha ridotto i margini; a valle, i mercati della committenza sono diventati più affollati e competitivi, con una concorrenza internazionale – anche cinese – sempre più aggressiva. In questo scenario, continuare a competere esclusivamente sul prodotto rischia di non essere più sufficiente per garantire la crescita e lo sviluppo delle imprese.
Il report “Sicurezza economica, internazionalizzazione e integrazione dei servizi nel manifatturiero”, realizzato da Fondazione Nord Est per Confindustria Veneto Est nell’ambito dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione, mette in luce una possibile risposta strategica a questa pressione: spostare il baricentro competitivo dal solo prodotto all’integrazione di servizi, secondo una logica di servitizzazione.
I dati mostrano che il processo è già in atto, soprattutto nel comparto metalmeccanico. Il 71,2% delle imprese esporta oggi sia beni sia servizi, mentre solo il 26,3% si limita all’export di beni. Nella restante manifattura la transizione è meno avanzata, ma significativa: quasi il 43% combina beni e servizi, contro circa il 54% che esporta solo prodotti. È una trasformazione che segnala un ripensamento dei modelli di business, anche in settori tradizionalmente orientati alla produzione.
Nell’ultimo anno la sua azienda ha venduto….

È una dinamica ben rappresentata dalla Smile Curve, secondo cui il valore si crea sempre meno in fabbrica e sempre più nelle attività che vengono prima e dopo la produzione. Tra le imprese che hanno partecipato alla rilevazione i servizi più diffusi sono quelli collocati nella parte “destra” della curva: installazione, manutenzione e assistenza post-vendita. Rimangono invece ancora marginali i servizi ad alto contenuto cognitivo, come consulenza, analisi dei dati o supporto avanzato alla qualità.
Eppure, proprio qui si gioca una parte importante della competitività futura. L’analisi contenuta nel report mostra che le imprese che adottano strategie di servitizzazione registrano una redditività superiore alla mediana del settore di circa il 7%. Il vantaggio è quindi evidente per le aziende che offrono servizi in modo strutturato, sia sul mercato domestico sia su quelli esteri.
La servitizzazione, tuttavia, non è un’opzione semplice o immediata. Integrare servizi significa gestire maggiore complessità organizzativa e investire in competenze. C’è poi un ulteriore rischio: quello di focalizzarsi sui servizi a basso valore aggiunto – come l’assistenza standard o la manutenzione di base – che migliorano la relazione con il cliente ma non spostano in modo significativo i margini. È proprio qui che si gioca la vera partita strategica: nella capacità delle imprese di selezionare e sviluppare quei servizi che permettono di risalire la Smile Curve e differenziare l’offerta in modo duraturo.
Proprio per questo, la servitizzazione non è solo un complemento al prodotto, ma una leva strategica per risalire la catena del valore. A questo si aggiungono possibili effetti positivi anche sull’occupazione, stimolando la domanda di competenze avanzate: dalla gestione e analisi dei dati alla progettazione digitale, fino ai servizi ad alta intensità di conoscenza. Questo percorso può inoltre favorire forme nuove e originali di collaborazione tra imprese manifatturiere e imprese dei servizi, capaci di combinare competenze diverse per offrire al mercato soluzioni integrate di beni e servizi, più complete e difficilmente replicabili come, ad esempio, nell’ambito della logistica avanzata. Per il Nord Est, investire in questa direzione significa rafforzare la propria capacità di creare valore, oggi e nel futuro.