Nella tarda serata di sabato con il messaggio con cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la chiusura fino al 3 aprile delle aziende “non strategiche” l’Italia ha scoperto l’Ateco. Sì, perché l’individuazione delle imprese che potevano rimanere aperte è stata fatta sulla base dell’appartenenza ad una serie di settori classificati secondo l’Ateco 2007 che è la versione italiana della tassonomia “Nace” definita in ambito europeo che, a sua volta, deriva da “Isic” elaborata dall’Onu.

L’Ateco, come tutti i sistemi di classificazione ufficiale, ha dei grandi meriti ma anche alcuni pesanti limiti, come è evidente dalle polemiche che si sono susseguite durante tutta la giornata di domenica fino all’approvazione del famoso Allegato 1 al Dpcm. Partiamo dai meriti: nel corso degli anni le agenzie statistiche hanno fatto grandi passi avanti nel campo dell’attività di classificazione dei settori industriali. Grazie a questi sforzi oggi, a livello internazionale, abbiamo a disposizione un sistema integrato delle classificazioni che permette un buon livello di comparabilità delle statistiche prodotte in diversi campi.
I limiti più evidenti sono quelli tipici di questi sistemi e fanno riferimento, in prima battuta, alla lentezza di aggiornamento e alla loro rigidità. La lentezza mal si adatta alla velocità di cambiamento che vivono le organizzazioni produttive. La rigidità delle tassonomie è dovuta alla necessità di utilizzare, nell’attività di classificazione, categorie mutuamente esclusive, in altre parole, ogni impresa deve essere classificata in una sola categoria/settore. Questo rappresenta un problema rilevante quando ci si trova a dover classificare imprese che svolgono contemporaneamente più attività.
Un altro elemento delicato è legato alla scelta dei criteri di attribuzione di un’impresa ad un settore: quando è possibile dire che due imprese sono simili e quindi appartengo allo stesso settore? L’Ateco utilizza un approccio pragmatico, secondo tale classificazione sono simili imprese che producono prodotti simili, ma anche imprese che utilizzano processi produttivi simili. E’ evidente che la velocità di aggiornamento delle informazioni disponibili diventa cruciale per una classificazione efficace.
Un ulteriore elemento di criticità che è emerso nei commenti e nelle polemiche che si sono susseguite domenica è che nei sistemi di classificazione come l’Ateco il concetto di interdipendenza tra imprese fa fatica a trovare posto. Come tratteggiare le relazioni tra imprese all’interno di strutture complesse come le filiere? E quindi come determinare l’appartenenza di un’impresa ad una filiera e non ad un settore? Sono domande che accompagnano l’attività di chi studia l’articolazione e l’evoluzione dei sistemi produttivi.

Da circa un anno in Fondazione Nord Est abbiamo cominciato a utilizzare strumenti di analisi che si basano sulla raccolta di informazioni dal web e in particolare dai siti delle aziende seguendo l’idea che oggi i siti web sono vere e propri vetrine dei prodotti e dei servizi delle imprese, e forniscono quindi informazioni aggiornate e complete. I primi risultati, svolti su piccoli campioni di imprese, sono incoraggianti e questo fa pensare che l’uso di tecniche di analisi utilizzate per i big data possa aprire le porte a possibili operazioni massive di definizione dei confini dei mercati che permetterebbero di risolvere, almeno in parte, i problemi dell’Ateco.