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I cittadini europei e il lavoro: un tema che divide.

Dall' XI Rapporto dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza "La banalità della paura" una riflessione sul tema del lavoro

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Nord-Sud, nuove-vecchie generazioni, lavoro garantito-lavoro flessibile, o precario: sono (almeno) tre, e fra loro concatenate, le fratture che attraversano il mercato del lavoro in Europa. È quanto emerge dall’Osservatorio europeo sulla sicurezza, realizzato da Demos e Fondazione Unipolis. Nella sua edizione 2019, la ricerca ha come focus le trasformazioni che investono il mondo del lavoro, e le relative insicurezze, puntando l’attenzione, in chiave comparata, su sei paesi del Vecchio continente: Italia, Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Ungheria.
La prima linea di divisione separa i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e i paesi dell’Europa Centrale e Settentrionale. I giudizi sulle performance economiche e le opportunità di lavoro sono decisamente più critici in Italia e Francia, accomunate, al contempo, dalla percezione di un trend negativo su specifici aspetti che caratterizzano il mercato del lavoro: gli stipendi, la meritocrazia nelle carriere, l’occupazione giovanile.
La seconda frattura è, infatti, di tipo generazionale. In tutti e sei i paesi, una piccola minoranza – solo in Germania e Olanda si supera la quota di una persona su quattro – immagina che l’ascensore sociale sia in ascesa. Al contrario, la componente maggioritaria pensa che i giovani avranno una posizione peggiore rispetto a quella dei genitori, con punte superiori al 50% in Francia (54%) e Italia (60%).
La terza frattura è tutta interna al mercato del lavoro. Essa riguarda il modo in cui gli intervistati descrivono la propria condizione occupazionale. E separa, in modo netto, le posizioni “garantite” – coincidenti con un lavoro stabile (o percepito come tale) – e le forme più “intermittenti” di occupazione. La prima componente oscilla tra il 43-47% di Francia, Regno Unito e Ungheria e il 52-56% rilevato in Olanda, Germania e Italia. In questi tre paesi rimane dunque, seppur di poco, sotto la soglia della maggioranza assoluta la quota di lavoratori che percepiscono la propria posizione come instabile. Anche all’interno di questa seconda platea, tuttavia, si osserva una ulteriore linea di divisione, che in parte incrocia le precedenti. Da una parte i lavoratori che si definiscono flessibili tendono a dipingersi come “imprenditori di se stessi”: a proprio agio nella fluidità del quadro attuale, declinano la loro condizione in relazione alle libertà, al dinamismo, all’autonomia, alle opportunità che essa garantisce. Dall’altra parte, i lavoratori (autodefinitisi) temporanei/precari raggiungono i massimi livelli in Italia, Francia e Regno Unito: per loro, l’incertezza, le difficoltà, le ansie, le nuove forme di “subordinazione” generate dalla condizione occupazionale tendono a sovrastare i potenziali vantaggi.

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