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Il Nord Est alla prova della pandemia

L'emergenza sanitaria del Covid-19 ha avuto pesanti ripercussioni dal punti di vista economico e occupazionale

Condividi Pubblicato il 10 mar 2021

Il contesto nazionale e internazionale: previsioni 2020-stime 2021
La crisi globale scatenata dal Covid-19 ha provocato un calo stimato del Pil mondiale nel 2020 pari al 4,2%, cui dovrebbe seguire nel 2021 un analogo rimbalzo positivo se le campagne di vaccinazione e le misure sanitarie e restrittive adottate riusciranno a condurre il mondo fuori dall’emergenza. I dati OCSE di dicembre mettono in evidenza un rimbalzo più rilevate per le economie orientali che prima delle altre hanno saputo arginare la diffusione del virus, ma in generale entro la fine del 2021 molte economie dovrebbero recuperare i valori pre-crisi.
Per quanto riguarda i Paesi Ocse, il rimbalzo del 2021 non sembra complessivamente arginare la caduta del 2020. Tra i principali Paesi dell’Unione Europea, Germania e Francia confermano questa dinamica.

Per quanto riguarda l’Italia, il 2020 ha registrato una contrazione del Pil pari al 9,1% cui dovrebbe seguire un recupero del 4,3% nel 2021. L’anno appena concluso è stato caratterizzato da un primo semestre segnato da una profonda riduzione della crescita, un forte rimbalzo nel terzo trimestre e un nuovo rallentamento nel quarto con il sopraggiungere della seconda ondata e le nuove restrizioni imposte a tutela della salute.
Sullo sfondo di tale andamento, si evidenzia la dinamica negativa del commercio mondiale che ha avuto pesanti ripercussioni anche sulle esportazioni nazionali per le quali è stato stimato un calo su base annua del 16,4%, cui dovrebbe seguire una ripresa del 10,2% nel 2021. Dinamiche analoghe per le importazioni: -14% nel 2020, +10,0% nel 2021.

Il dato sulla produzione industriale fornisce informazioni importanti sull’impatto che le misure di contenimento della pandemia hanno avuto sull’economia italiana. Nei primi cinque mesi dell’anno il ritardo cumulato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente era pari a quasi il 20%. Nella seconda parte dell’anno si è avviato un percorso di graduale recupero che ha portato, nei primi undici mesi dell’anno, a ridurre la differenza rispetto al 2019 a -12,1%.

Se si considerano i settori, la situazione appare molto differenzia: nei primi 11 mesi dell’anno il comparto più colpito risulta essere quello del tessile, abbigliamento e calzature (-28,5% rispetto allo stesso periodo del 2019), mentre i mezzi di trasporto fanno registrare una variazione tendenziale del -19,3%.
I settori che hanno pagato in maniera meno intensa la crisi sono stati quello delle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (-2,3%) e quello farmaceutico (-5%).

Il contesto nordestino
Oltre il 40% delle imprese nordestine ha dovuto sospendere la propria attività durante il primo lockdown e le aree con forte specializzazione nel settore del turismo o dei servizi, che hanno subito un ulteriore blocco anche a causa della seconda ondata pandemica manifestatasi in autunno, hanno registrato le contrazioni più rilevanti. Nonostante la campagna vaccinale iniziata a fine dicembre, la crisi sanitaria non è certamente ancora superata con inevitabili ricadute sociali ed economiche e l’ampliarsi dell’incertezza per il futuro.
Il Nord Est, area tradizionalmente molto esposta sui mercati internazionali, ha inevitabilmente risentito del rallentamento del commercio mondiale e delle tensioni prima dal lato dell’offerta e poi dal lato della domanda nelle catene globali del valore.
Nel periodo gennaio-settembre 2020 in termini tendenziali le esportazioni del Trentino si sono ridotte del 16,4%, quelle del Veneto dell’11%, della provincia di Bolzano del 7,6% e del Friuli-Venezia Giulia del 6,1%. Considerando il Pentagono, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – cui si aggiunge il Piemonte – sono le regioni che più hanno contribuito alla contrazione dell’export nazionale.

La fiducia deli imprenditori per settori economici
L’indice di fiducia delle imprese rappresenta l’indicatore più aggiornato a livello territoriale. Nella seconda parte del 2019 il valore dell’indice, tra le imprese manifatturiere, aveva oscillato tra 95,9 e 100,8. A febbraio 2020 si attestava a
102,6 per poi crollare nei mesi successivi: 89,8 a marzo (ad aprile non è stato rilevato) fino al minimo di 73,2 di maggio. Da lì è cominciata una risalita che a novembre (con l’introduzione delle nuove misure per contenere la pandemia) pareva arrestarsi. L’ultimo dato disponibile, quello di dicembre, sembra invece segnalare una ripresa nel recupero del clima di fiducia.

Il crollo della fiducia nel settore dei servizi a Nordest è stato decisamente più ampio. Già a marzo l’indice risultava di 17 punti inferiore rispetto a quello che si registrava nelle imprese manifatturiere (72,9). A maggio la fiducia toccava il minimo, 34,7, da lì una risalita importante nei mesi estivi e poi, con l’annuncio delle nuove misure per contenere la pandemia, il nuovo crollo che riporta, a dicembre 2020, l’indice a 59,1, valori simili a quelli che si registravano a luglio.
I dati, disponibili tuttavia solamente a livello nazionale, permettono di approfondire l’andamento nei diversi comparti attivi nel settore dei servizi. La caduta del clima di fiducia più ampia si registra nel turismo (13,5 il livello dell’indicatore a maggio), che nei mesi estivi fa segnare un buon recupero affossato poi dall’adozione delle nuove misure anti-Covid-19 di fine anno, che hanno impattato sul turismo invernale. I servizi di informazione e comunicazione sono, invece, quelli in cui il clima di fiducia è sempre stato più elevato rispetto alla media. È possibile ipotizzare che la richiesta di servizi per l’attivazione di forme di lavoro a distanza, ma anche di altri servizi digitali (e-commerce, nuove modalità di relazione con il cliente) legata alle misure di contenimento, abbia fatto pesare meno sulle imprese del comparto gli effetti della pandemia.

L’occupazione
La crisi sanitaria ha prodotto inevitabili tensioni anche sul mercato del lavoro, sebbene una valutazione complessiva degli effetti negativi registrati sul lavoro sarà possibile solo quando saranno sospesi i provvedimenti adottati a difesa dei lavoratori. A livello nordestino il numero di occupati era già in progressiva riduzione a partire dal 4° trimestre 2019, andamento che si è confermato anche per tutto il 2020, con un progressivo peggioramento nel 2° e soprattutto nel 3° trimestre, con una riduzione tra fine dicembre 2019 e settembre 2020 pari a 116mila unità.

Scomponendo i dati sull’occupazione in base alla tipologia di contratto, gli andamenti esplicitano da una lato la tenuta del tempo indeterminato in ragione del blocco dei licenziamenti introdotto da fine febbraio 2020 e oggi nuovamente prorogato, dall’altra la caduta dei contratti a tempo determinato (meno 146mila unità) sia perché nel corso dell’anno si sono fortemente contratte le nuove occasioni occupazionali, sia perché alcuni settori – come ad esempio il turismo – dove vengono ampiamenti utilizzati i contratti temporanei hanno subito una profonda battuta d’arresto in ragione della pandemia e delle conseguenti restrizioni.

I dati recentemente messi a disposizione da Veneto Lavoro relativamente alle assunzioni e cessazioni, pur essendo riferiti al solo Veneto consentono di approfondire le dinamiche del mercato del lavoro nel corso del 2020. Il dato più rilevante, come evidenziano gli stessi ricercatori, è l’andamento delle assunzioni nell’ambito del lavoro dipendente privato che hanno registrato una contrazione complessiva pari a -24%, con una variazione negativa rispetto allo stesso periodo del 2019 che è andata via via allargandosi nei mesi dell’ultimo trimestre: -12% a ottobre, -22% a novembre e -32% a dicembre. Significativo anche il saldo occupazionale (-11.400) che avrebbe potuto essere molto più consistente in assenza delle misure a protezione dell’occupazione (CIG e blocco dei licenziamenti) adottate dal Governo. Viceversa, l’effetto più rilevante in termini di contrazione sull’occupazione si è quasi completamente riversato sull’occupazione temporanea che, secondo le stime realizzate, registra tra gennaio e novembre circa 38mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Sul fonte dei contratti a tempo indeterminato si è registrato un saldo positivo, nonostante il calo delle assunzioni (-26%), e una quota rilevante di trasformazioni, grazie agli incentivi introdotti.
Per quanto riguarda i settori, il confronto tra i saldi occupazioni del 2019 e quelli del 2020 evidenzia una contrazione generalizzata. Per l’industria, l’ambito che ha subito maggiormente gli effetti della crisi è quello del Made in Italy e, in particolare, i comparti moda e occhialeria. In fortissima contrazione i servizi e nello specifico il settore turismo (-14.800), ma anche commercio al dettaglio, trasporti, attività finanziarie, editoria e cultura.

Sul fronte delle caratteristiche dei lavoratori, i più penalizzati risultano le donne e i giovani per i quali si registra una contrazione più rilevante delle assunzioni.

Le aspettative di ripresa degli imprenditori
Il prorogarsi dei contagi, la prospettiva di un’ulteriore ondata con le restrizioni conseguenti influiscono fortemente sulle attese degli imprenditori sui tempi necessari per la ripresa. Il 53,4% si attende che l’economia mondiale recuperi i livelli pre-crisi solo nel 2022. Un ulteriore 30% anticipa questo orizzonte a fine 2021.

Meno ottimiste le attese riferite all’economia nazionale per la quale sette imprenditori su dieci prospettano che per il recupero sarà necessario attendere il 2022. Solo il 16,9% si aspetta un ritorno ai valori per-crisi a fine 2021.

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