La resilienza del Pentagono
La fotografia, o meglio l’insieme di fotografie, prese da angoli diverse, del Pentagono ora descritte, conducono a porci alcune domande: innanzitutto, in che modo le regioni/province del Pentagono sono uscite dalla crisi economica meglio di altre? In che modo hanno potuto raggiungere livelli di reddito e occupazione su standard europei nonostante il deficit di investimenti in capitale umano e fisico? La risposta non è univoca.
Regioni e province hanno risposto in modo diverso. Il Trentino-Alto Adige, ad esempio, ha ottenuto una performance migliore grazie ad una politica di investimenti pro-ciclica, riuscendo, anche negli anni della crisi, a mantenere un livello di investimenti pubblici superiore a quello delle altre regioni. Tuttavia, come evidenzia Enrico Zaninotto in questo rapporto, la provincia di Bolzano ha risposto in modo parzialmente diverso da quella di Trento, ottenendo risultati migliori (vedi Figura 21a). Non solo attraverso il turismo e l’export (si veda la Figura 21b), ma soprattutto riuscendo a difendere il settore delle costruzioni, uno dei più colpiti dalla crisi.

La Figura 21a mostra bene la capacità della provincia di Bolzano di crescere, anche negli anni della crisi, ben più del Nordest. E la Figura 21b illustra non solo l’effetto di traino che hanno avuto le esportazioni in tutto il Nordest, ma come questo effetto sia stato superiore nella provincia di Bolzano.
Più interessante ancora è la Figura 22, che mostra chiaramente come nell’Alto Adige la riduzione del valore aggiunto nel settore delle costruzioni sia stata minore che nelle regioni del Nordest e sia addirittura risalito negli ultimi anni (a fronte di una continua decrescita nel Nordest).

Settore delle costruzioni che ha trainato tutti i settori dell’indotto, permettendo quindi una crescita del PIL generata anche dalla domanda interna e non essenzialmente dall’export come nelle altre regioni.
In tutto questo, un ruolo rilevante è stato giocato dal sistema bancario. Come spiega Zaninotto: “La lentissima ripartenza dell’economia del Nordest, forse, dipende anche dai tempi richiesti al sistema bancario per recuperare condizioni di solvibilità che permettano di usare l’ingente liquidità per alimentare le attività imprenditoriali e gli investimenti delle famiglie”.
La provincia di Gorizia ha risposto in modo diverso, puntando invece su un capitale sociale molto elevato (una coesione sociale superiore alle altre regioni), qualità dei servizi pubblici e qualità dell’ambiente (come dimostrano in particolare gli indicatori “Città e comunità sostenibili” e “Consumo e produzione responsabile” del rapporto ASVIS 2018). L’analisi dettagliata degli indicatori socio-economici della provincia di Gorizia è contenuta in uno studio della Fondazione Nord Est realizzato per la Fondazione Carigo, che evidenzia tuttavia come tale provincia sia rimasta più indietro di altre province del NordEst proprio per il ritardo degli investimenti in innovazione e in istruzione e formazione.
È probabilmente ridondante raccontare il ruolo che gli investimenti in infrastrutture per la ricerca e l’innovazione – e nella capacità di attrarre capitale umano di qualità – hanno avuto invece nella dinamica economica superiore delle province di Milano e Bologna e più in generale di Lombardia ed Emilia-Romagna (analizzate ad esempio nell’articolo di Gubitta, in quello di Montanari e Scapolan e nel contributo di Enrst&Young in questo rapporto).
Così come cruciale è il ruolo che il capitale finanziario privato, e la sua concentrazione a Milano, hanno nello sviluppo economico della Lombardia (elemento che invece penalizza Veneto e Friuli, come sottolineato da Zaninotto). Concentrazione del capitale finanziario che caratterizza soprattutto il mondo del fintech, i servizi finanziari innovativi. Come evidenzia Zotti, quasi il 50% si concentra in Lombardia (vedi Figura 23).

Tutti questi esempi sono utili per far capire che un Pentagono policentrico e polimorfo ha dimostrato enormi capacità di resilienza ad una congiuntura economica avversa. Ed è questa probabilmente una prima importante conclusione:
Nonostante la crisi, il Pentagono è caratterizzato da livelli di sviluppo mitteleuropei, area in cui è completamente integrato e da cui non può prescindere. Né tanto meno uscirne. Ed è riuscito a far fronte alla carenza di capitale umano qualificato (accentuata dalla forte migrazione di talenti all’estero) e di investimenti puntando su coesione sociale, export, innovazione.
Questa osservazione si inserisce nel più ampio contesto degli studi sulle comunità resilienti, ovvero quei territori capaci di attraversare una fase di profondo cambiamento economico o tecnologico o sociale o ambientale, limitando gli impatti su crescita e occupazione.
I casi di Pittsburgh o Manchester sono da questo punto di vista molto interessanti. Città colpite da un forte declino, anche infrastrutturale (molte parti della città di Manchester non furono ricostruite se non 40 anni dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale), ma capaci di subire meno degli altri la crisi economica legata al declino dell’industria siderurgica (Pittsburgh) e tessile (Manchester).
Questa resilienza è legata alla presenza di una rete di università e centri di ricerca che è stata in grado di produrre quelle innovazioni da cui l’industria manifatturiera ha potuto ripartire.
Per Manchester, dalle sue due Università (ora unitesi in una sola) sono nati la costruzione del primo computer con programmi memorizzati (il Manchester Mark 1 o MADM) a cui è seguito un importante sviluppo informatico/digitale, e più recentemente la scoperta del grafene e delle sue straordinarie applicazioni.
Per Pittsburgh (35 tra Università e College), lo sviluppo della bio-medicina, la specializzazione nel trapianto di organi (un numero solo basta per dare un’idea: il centro di medicina dell’Università di Pittsbugh fattura da solo 19 miliardi di dollari!), le nanotecnologie, il centro strategico di Google, e tante altri sviluppi di nuova tecnologia.
Analoghi ragionamenti si possono applicare a Gary, in Indiana, o presumibilmente per il futuro di Detroit (con 10 Università e College) nonostante la crisi attuale. Interessante anche il caso dell’Appalachian coal country dove l’inevitabile e previsto declino dell’industria del carbone ha spinto il governo federale ad inter venire con misure di tutela dell’occupazione e di rilancio dell’economia locale basate su formazione e innovazione.
Il comune denominatore della resilienza dei territori che sono usciti dalla “loro crisi” sembra proprio essere la presenza di una forte rete di centri di ricerca e università che hanno saputo integrarsi col tessuto produttivo. Una osservazione importante per capire come costruire un futuro resiliente per le regioni del Pentagono.
Se questa ipotesi fosse confermata, la città di Milano sarebbe ben posizionata: ben 10 tra Università e Accademie più una serie di altre università satellite nel territorio lombardo. Lo stesso non si può dire del Veneto, dove l’offerta formativa e di ricerca ha ancora grandi potenzialità di crescita, integrazione e coordinamento (pur partendo da interessanti realtà come quelle descritte da Bettiol e Miotto e da Montanari e Scapolan in questo rapporto).
La prossima domanda quindi è: quali sono le prospettive economiche di breve e medio periodo per le regioni del Pentagono? A fronte dei cambiamenti in corso, congiunturali (guerra dei dazi, Brexit, ecc.) e strutturali (rivoluzione digitale, invecchiamento della popolazione, bioingegneria, cambiamento climatico, ecc.), il Pentagono è in grado di continuare a rispondere in maniera efficace e mantenersi competitivo?
Le prospettive di breve periodo
L’analisi di breve periodo contenuta in questo rapporto è basata sulle elaborazioni dell’Ufficio Statistico della Regione Veneto e sulle previsioni di Prometeia. La Tabella 1 riassume le previsioni di breve periodo per il PIL delle regioni del Pentagono, mentre la Figura 24 mostra la dinamica del tasso di disoccupazione.


La crescita del PIL nel Pentagono è prevista essere più consistente di quella nazionale (quasi il doppio nel 2020) così come il tasso di disoccupazione si assesta su livelli ben inferiori a quelli nazionali (con il Trentino-Alto Adige capace di staccarsi, in positivo, dalle altre regioni del Pentagono). Allo stesso modo, l’export continua a crescere seppur in misura minore che nei due anni precedenti (si veda l’articolo di Corò, Oliva e Toschi).
Le prospettive di breve termine per il Pentagono sono quindi moderatamente positive, ma in un contesto nazionale e internazionale che contiene elevati rischi di crisi.
Questo fa ritenere queste previsioni suscettibili di revisione al ribasso, se i venti di crisi si manifestassero già nel 2020. A questo proposito, le ultime rilevazioni dell’Ifo Institute, il principale centro studi economici tedesco, pubblicate ad Agosto 2019, sono poco incoraggianti. Le aspettative degli operatori economici riassunte nel Business Cycle Clock (Figura 25) indicano chiaramente una aspettativa di recessione a livello mondiale già alla fine del 2019. E se si guarda al dettaglio per paese (Figura 26), l’Italia è il paese con le aspettative economiche peggiori tra tutti i paesi considerati.

Allo stesso modo, anche gli imprenditori italiani sembrano mostrare una limitata fiducia nelle prospettive a breve termine della nostra economia, soprattutto tra gli imprenditori del Nordovest (vedi Figura 27).

La preoccupazione di una riduzione dell’attività economica non può quindi non coinvolgere anche le regioni del Pentagono. Che tuttavia dovranno affrontare sfide ben più importanti nel medio periodo, quando si manifesteranno una serie di problemi che metteranno a serio rischio la loro resilienza, a meno di non intervenire con adeguate politiche industriali a livello regionale e nazionale.