Le sfide del futuro
Come ben racconta Giorgio Brunetti nel suo saggio in questo rapporto, siamo entrati nell’età dell’incertezza. Scrive infatti: “La fase attuale che la nostra società sta attraversando deve renderci consapevoli che il cambiamento in atto è profondo. È una situazione che offre enormi opportunità in vari campi, ma determina anche alti rischi e soprattutto alta incertezza. La differenza tra rischi e incertezza sta nella possibilità o meno di assegnare una probabilità alle conseguenze di una scelta. L’incertezza è “l’incapacità di assegnare probabilità agli eventi futuri e l’incapacità di prevedere con precisione quali risultati potrebbe avere una decisione”. L’incertezza può bloccare la possibilità di prendere decisioni efficaci. Necessita quindi un pensiero lungo nell’allocazione delle risorse per creare valore che duri nel tempo. La gestione strategicaè un corretto antidoto all’incertezza, con l’obiettivo di alimentare un contesto organizzativo adeguato che porti a un miglioramento continuo e allo sviluppo aziendale”.
L’incertezza di cui parla Brunetti è relativa all’arrivo, quasi simultaneo, di un numero rilevante di cambiamenti difficili da comprendere e di cui comprendere le implicazioni, prima ancora di essere difficili da affrontare. Come scrive Yuval Harari nelle sue Lezioni per il 21mo secolo: “Se vi sentite sopraffatti e confusi dalla difficile situazione del pianeta, siete sulla buona strada. I processi globali sono divenuti troppo complicati perché una qualsiasi singola persona possa comprenderli”.
Purtuttavia, è fondamentale identificare almeno i principali di questi cambiamenti, per preparaci, seppur in modo non organico vista la loro complessità, a gestirne le implicazioni. In questo rapporto identifichiamo ed analizziamo alcuni problemi/cambiamenti a cui dovremo far fronte nei prossimi 5-10 anni:
• L’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità (analizzato in Boccuzzo e Dalla Zuanna)
• Il mismatch occupazionale, la fuga dei talenti e le carenze del sistema formativo (in Butera e in Gubitta)
• La mancanza di un sistema di trasporti che colleghi un territorio policentrico al suo interno e verso l’esterno, per dar vita ad un grande attrattore metropolitano (negli articoli di Costa e Accetturo)
• Le implicazioni e le potenzialità della digitalizzazione:
1. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (in Santolamazza)
2. La diffusione delle blockchain (in Venier)
3. La sostituzione del lavoro (in E. e F. Rullani)
4. Il fintech che spiazzerà le banche tradizionali (in Zotti)
• Il nuovo ordine geopolitico e il ruolo della Cina (analizzato in Musu)
• Il cambiamento climatico (nel pezzo di Mysiak)
• La necessità di una rapida innovazione tecnologica (in Garofalo e in Comacchio)
Rimandando ai singoli capitoli sopra citati, e ai molti altri presenti in questi rapporto, per una analisi dettagliata, ricca di dati e proiezioni, permettetemi di sintetizzare qualche dato particolarmente significativo. Anticipando che, in molti di questi casi, quelle che sono spesso percepite come “minacce” o “problemi” costituiscono invece della grandi opportunità di cambiamento e crescita economica (lo raccontano bene diversi articoli del rapporto, come ad esempio quello di Mio sull’economia circolare, quello di Candoni sul turismo o quello di Marini sul welfare aziendale).
L’invecchiamento
La crescita della popolazione anziana nei principali paesi sviluppati, ma soprattutto in Italia, è stata rapidissima. La quota di anziani sul totale della popolazione era solo il 20% nel 1990. È oggi più di un terzo. E sta crescendo sempre più rapidamente. Sarà il 41% tra 10 anni e più del 55% tra 20. Le regioni del Pentagono sono le più interessate da questo fenomeno, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna già oltre il 35%. Il che significa che tra 10 anni in queste regioni metà della popolazione dovrà reggere il peso dell’altra metà. Questi livelli di invecchiamento sono molto superiori a quelli di simili regioni europee (vedi Tabella 2) e le ragioni sono ben spiegate nell’articolo di Boccuzzo e Dalla Zuanna in questo rapporto. Da notare anche la correlazione tra invecchiamento e imprenditorialità recentemente evidenziata in uno studio di Liang, Wang e Lazear. Scrivono questi autori: “L’imprenditorialità richiede energia, creatività e spirito imprenditoriale. Sono fattori che contribuiscono al declino dell’imprenditorialità con l’età, anche se le competenze aziendali aumentano con l’esperienza in posizioni di alto livello. Tuttavia, avere troppi lavoratori anziani rallenta l’imprenditorialità. Quando i lavoratori più anziani occupano posizioni chiave, impediscono ai lavoratori più giovani di acquisire competenze e sviluppare imprenditorialità”.
Questa conclusione è stata testata usando i dati del Global Entrepreneurship Monitor. Il risultato è che una diminuzione di una deviazione standard nell’età media di un paese aumenta la formazione di nuove imprese di 2,5 punti percentuali, che è circa il 40 percento del tasso medio.

Le politiche più efficaci di contrasto all’invecchiamento della popolazione sono quelle volte ad aumentare la natalità, in modo che le coppie possano avere i figli che effettivamente desiderano (2-3, come dicono tutte le ricerche, invece degli 1-2 effettivi).
Secondo Boccuzzo e Dalla Zuanna: “L’Italia oggi si distingue per la scarsità di risorse investite a favore delle famiglie con figli, e per la pochezza delle politiche di conciliazione fralavoro di cura e lavoro per il mercato. Anche in Italia queste politiche possono funzionare, se vengono messe in atto con continuità, intensità e determinazione.
Lo dimostrano i risultati ottenuti in provincia di Trento e di Bolzano, dove la fecondità ormai da decenni è superiore rispetto a quella delle regioni confinati, sia italiane che austriache“.
Per aiutare la natalità servono quindi politiche fiscali simili a quelle adottate in Francia e Germania (incremento degli assegni familiari, servizi semi-gratuiti per la prima infanzia, incremento retributivo dei congedi genitoriali). Nel 2010 in Baden-Württemberg e in Bayern nascevano 0,2 figli per donna in meno rispetto a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, mentre oggi ne nascono 0,2 in più.
Serve inoltre una diversa e selettiva politica migratoria. Scrivono sempre Boccuzzo e Dalla Zuanna “Sarebbe ingenuo pensare che gli immigrati possano “sostituire” le mancate nascite degli anni passati, anche perché gli alti tassi di disoccupazione e la stagnazione del PIL rendono difficile il rinnovarsi a tempi brevi dell’immigration boom di inizio secolo. Tuttavia, sarebbe utile per l’Italia muoversi su due versanti. In primo luogo, prendendo ispirazione dalle migliori politiche migratorie europee ed extra-europee, si dovrebbero fare accordi con altri paesi per ingressi mirati, da inserire nei ruoli dove si lamenta carenza di personale, mettendo anche in campo le adeguate strategie di formazione. Potremmo iniziare con lo stabilizzare chi già lavora, accelerando il processo di integrazione del mezzo milione di stranieri irregolari che oggi vivono in Italia. In secondo luogo, il saldo migratorio diverrà più positivo e l’invecchiamento si rallenterà se diminuirà l’emorragia dei giovani (italiani e stranieri) verso l’estero. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo non bastano però le politiche migratorie: solo una robusta ripresa degli investimenti e della produttività potranno creare per i nostri giovani posti di lavoro in grado di mettere a tacere le sirene che li richiamano dalla Germania e da altre parti del mondo”.
Le infrastrutture
Il ruolo delle infrastrutture è cruciale per un futuro sviluppo economico resiliente. La crescita delle imprese e dell’occupazione, ma anche del capitale umano e tecnologico, non può prescindere da una adeguata rete di infrastrutture.
Come scrive Paolo Costa: “Possiamo investire con successo in scuola, università e ricerca, ma il tutto può venire frustrato – come sta avvenendo – dalla fuga all’estero dei migliori cervelli (un “estero” che per il Nordest può anche voler dire solo Milano o Bologna, visto che mentre il Veneto perde laureati Lombardia ed Emilia-Romagna li attirano).Possiamo organizzare il miglior trasferimento tecnologico da università e centri di ricerca alle imprese, ma anche questo non impedisce che le attività più innovative lascino poi il Nordest per andare a svilupparsi in ecosistemi urbani – in Italia e all’estero – capaci di produrre le economie di agglomerazione che solo le metropoli sanno dare.
Manca a Nordest quell’aggregato insediativo, che chiamiamo metropolitano che garantisca concentrazione e agglomerazione di reti di imprese innovative, di lavoratori di talento, di imprenditori propensi al rischio, di istituzioni e di associazioni di sostegno. A questo fine le infrastrutture di trasporto non sono secondarie, e tanto meno superate, perché se le economie di agglomerazione sono una funzione della dimensione, questa e la concentrazione di ruoli superiori che esprime sono funzioni inverse dei costi di trasporto”.
Un’adeguata rete di trasporto, interna ed esterna al Pentagono, soprattutto a Nordest, è quindi condizione essenziale per creare l’aggregatore metropolitano di cui parla Paolo Costa. Il Nordest è già all’interno di tre grandi reti trans-europee (vedi Figura 28) che devono essere completate. Serve tuttavia uno sforzo al suo interno, per collegare in modo rapido una realtà policentrica e molto dinamica.

Lo conferma Antonio Accetturo nel suo saggio: “I dati a disposizione indicano che il Nord Est stia sfruttando in maniera virtuosa il policentrismo che lo caratterizza, facendo perno sui vantaggi dell’interconnessione tra i diversi centri urbani. Un equilibrio di questo tipo comporta però delle sfide per il futuro.
Il funzionamento delle reti di trasporto deve restare fluido, sia all’interno di ciascuna area urbana – come strumento per estenderne la potenziale dimensione geografica – sia tra le diverse aree urbane. Questo aspetto è particolarmente rilevante nel Nordest per generare un’adeguata massa critica in mercati del lavoro molto segmentati da un policentrismo di origine storica. Quello dei servizi di trasporto è peraltro il tipico caso che evidenzia come la dimensione del governo amministrativo delle città, basata sui confini delle tradizionali municipalità, sia per molti versi disallineata con le realtà economiche e sociali sottostanti.”
La fuga dei talenti
Nel 2018 gli emigrati italiani sono stati 285 mila (dati AIRE, Anagrafe degli italiani residenti all’estero incrociati con registrazioni negli archivi statistici dei 5 principali paesi di destinazione). Secondo l’OCSE l’Italia è ottava, dopo Cina, Siria, Romania, Polonia, India, Messico e Vietnam, per livelli di emigrazione.
Ad andarsene sono soprattutto giovani tra i 18 e i 44 anni (il 56% del totale), dei quali il 32% è in possesso di una licenza di scuola elementare o media, il 36,3% di un diploma e il 30,6% di una laurea. Rispetto al decennio precedente il livello di istruzione di chi emigra è notevolmente più alto: ad avere una licenza elementare o media era il 51%, un diploma il 37,1% e la laurea solo l’11,9% (dati Istat).
Questa fuoriuscita continua e crescente di giovani altamente formati e con una professionalità qualificata costituisce una enorme riduzione del capitale sociale e umano del paese e uno spreco di investimenti che si ripercuotono negativamente sul suo potenziale di sviluppo e crescita. I dati rilevati dal Centro Studi Confindustria sono eclatanti. Per formare un laureato fino ai 25 anni di età sono necessari circa 170 mila euro, che salgono a 230 mila se oltre alla laurea consegue un dottorato di ricerca. Ne consegue che l’investimento in istruzione e formazione andato perduto dal 2008 al 2018, su circa 260 mila giovani laureati espatriati, è di 42,8 miliardi di euro che, aumentando al tasso di 14 miliardi l’anno, rappresentano poco meno di un punto percentuale del PIL.
E oltre la metà degli emigranti parte dalle regioni del Pentagono: la Lombardia in testa (21.980), poi Emilia-Romagna (12.912) e Veneto (11.132). Uno studio recente di Anelli, Basso, Ippedico e Peri dimostra che l’emigrazione dei talenti ha rilevanti impatti sull’imprenditorialità. La stima è che per ogni mille emigrati siano state create circa cento imprese in meno, tra quelle gestite da giovani under 45. Scrivono infatti: “Nei territori ad alta emigrazione si registra, in particolare, una minor nascita di startup innovative. Il 60 per cento del numero inferiore di aziende è attribuibile semplicemente a un effetto “di sottrazione demografica”: poiché i giovani hanno un’alta propensione alla creazione d’impresa, meno giovani implicano meno imprese. Vi si aggiunge un’altra componente (pari a circa il 35 per cento dell’effetto totale) dovuta al fatto che chi rimane nel paese ha in media un minor tasso di imprenditorialità rispetto a chi emigra e, in parte a un effetto di ricaduta, poiché ogni impresa in meno riduce anche le possibilità per altri imprenditori di iniziare una nuova attività”.
Fermare il flusso di talenti verso l’estero è quindi essenziale per ridare impulso imprenditoriale al territorio oltre che per disporre di quel capitale umano altamente qualificato indispensabile nei processi produttivi dominati da macchine e intelligenza artificiale che caratterizzeranno il mondo dell’industria e dei servizi nei prossimi anni.
La formazione
Ne consegue la necessità di ripensare alla formazione, sia professionale che universitaria, per trasmettere nuove competenze, ma soprattutto un nuovo modo di apprendere e di lavorare, flessibile, adattivo, collaborativo, perché i cambiamenti sono troppo veloci per sapere oggi quali competenze saranno necessarie tra dieci anni. Come scrive Federico Butera “il paradigma dominante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale potrà essere quello dei mestieri e professioni a banda larga (broadband professions). Questo modello permette alle persone di passare da un ruolo all’altro senza perdere identità; permette una visione e una strumentazione a chi programma lavoro e formazione”.
Serve quindi investire in formazione professionale di alto livello per chi dovrà programmare, gestire interagire con macchine e intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, il ruolo degli ITS, nonostante la loro marginalità nel sistema formativo italiano, è fondamentale. Scrive sempre Butera: “I programmi ITS non tendono a formare le persone per ricoprire profili ristretti, mansioni super specialistiche destinate a essere rapidamente superate dall’evoluzione tecnologica e organizzativa, ma piuttosto mestieri e professioni a banda larga, ad alto livello di conoscenze, competenze e capacità trasferibili e al tempo stesso ad alto livello di specializzazione. Le migliori Fondazioni ITS stanno già operando come laboratori di co-progettazione di lavoro e competenze, condotte in collaborazione fra il mondo delle imprese e il mondo della scuola e dell’università”.
Purtroppo, già lo scorso anno avevamo evidenziato il grave ritardo dell’Italia in questo campo. Solo 10.000 studenti ITS contro gli 800.000 in Germania e i 400.000 della media europea. È necessario quindi investire in nuovi ITS, nell’espansione e aggiornamento degli esistenti, ma anche nel dare più visibilità e reputazione alla formazione negli ITS. A questo fine, a costo zero, sarebbe sufficiente che le università riconoscessero i crediti acquisiti negli ITS per quegli studenti che volessero poi proseguire con una laurea, in particolare una delle nuove lauree professionalizzanti. In questo modo, la scelta di un ITS non sarebbe irreversibile, parallela a quella universitaria, ma diverrebbe invece un ulteriore elemento di flessibilità del sistema formativo. Uno studente potrebbe infatti iniziare con un ITS e poi spostarsi, senza perdere tempo e fatica, in una università. I benefici per gli ITS sarebbero inoltre rilevanti in termini di reputazione e avversione al rischio delle famiglie.
Su questa strada si è già mosso il Politecnico di Torino, assieme all’ITS sulla meccatronica, ma è una strada che dovrebbe essere seguita con decisione da tutti gli atenei italiani.
Allo stesso tempo, va riformata e potenziata la formazione universitaria. Come evidenziato lo scorso anno, l’Italia è quart’ultima in Europa come numero di laureati e la posizione non tende a migliorare nel tempo. Rimane infatti la stessa se si guarda non al totale della popolazione, ma alla quota di giovani che dopo la maturità sceglie un percorso di formazione terziaria (laurea o ITS). Il rischio è quello che l’avvicinarsi della rivoluzione digitale ci colga impreparati, senza le competenze per saperla gestire e per trarne i maggiori benefici.
Lasciandoci alle spalle una grande quantità di giovani che troveranno difficile, per mancanza di skills e conoscenze adeguate, inserirsi nel mercato del lavoro. Con enormi problemi sociali, prima ancora che economici (si veda il contributo di Umana in questo rapporto per un’analisi delle aspirazioni dei giovani e delle nuove competenze richieste dalle aziende).
La soluzione sta ancora una volta in un piano di investimenti per la formazione. A tutti i livelli. Non è vero infatti che abbiamo troppe università e troppi studenti universitari. Anzi, siamo gli ultimi tra i paesi OCSE. I dati lo dimostrano chiaramente. Abbiamo un sistema formativo arretrato nei contenuti e nelle modalità di acquisizione delle competenze. Serve quindi ampliare la formazione terziaria (università e ITS), sia con iniziative pubbliche sia con iniziative private, abolendo il vincolo che impedisce la creazione di nuove università e dando vita a collaborazioni pubblico-private per la nascita di nuovi centri di formazione.
Il cambiamento climatico
Il cambiamento climatico in corso sta mostrando i suoi primi rilevanti effetti. Temperature sempre più elevate nell’emisfero nord si traducono in incendi, siccità, inondazioni, ondate di calore, con rilevanti danni economici (la stima dei colleghi dell’Università di Berkeley è di circa lo 0,25% del PIL mondiale, pari a 190 miliardi di dollari, già nel 2017). Il Nordest è stato caratterizzato da anomalie della temperatura superiori a quelle medie globali. Le minime sono state superiori soprattutto nelle zone alpine. Le massime soprattutto nel cuore della Padania e nel basso Trentino (si veda la Figura 29). Nei prossimi anni questo fenomeno si accentuerà, creando notevoli ulteriori difficoltà alle produzioni agricole e al turismo invernale.
I danni da cambiamento climatico sono comunque già estremamente rilevanti anche in Italia (la stima è di circa 6 miliardi all’anno). E la loro crescita nei prossimi anni è in gran parte inevitabile. Una parte di questa crescita può essere contenuta riducendo le emissioni di gas serra. Servono investimenti in energie rinnovabili, anche se in questo campo siamo tra i migliori in Europa, serve insistere sulla riqualificazione degli edifici e sugli standard di quelli nuovi, serve cambiare il sistema dei trasporti urbani ed extra-urbani, puntando su soluzioni basate su sharing ed elettricità prodotta con rinnovabili.
Un’altra parte del danno da cambiamenti climatici può essere ridotto attraverso misure di prevenzione, protezione, adattamento. Sono fondamentali nel settore agricolo (si veda l’articolo di Mysiak et al. in questo rapporto) e sono fondamentali per la protezione delle nostre coste e delle nostre comunità montane, colpite in futuro ancor di più da uragani molto violenti e da periodi prolungati di assenza di neve.

Per raggiungere questi obiettivi, sono nuovamente necessari interventi urgenti e rilevanti investimenti. Ma va notato come, anche in questo caso, si tratti di investimenti con una doppia rilevanza. Da un lato riducono il danno da cambiamento climatico, dall’altro sono fattori di sviluppo e crescita della competitività delle nostre produzioni, del nostro turismo, dei nostri servizi.
Su questo punto è illuminate il contributo di Kovacic e Toschi in questo rapporto, frutto del lavoro della Fondazione Nord Est per CUOA e Unicredit. La loro analisi dei bilanci di 400 imprese del Nord Est dimostra come le imprese che più hanno raggiunto obiettivi di sostenibilità, integrandoli nelle loro piani strategici, siano quelle con la redditività più elevata e con una maggior solidità finanziaria. La spiegazione sta proprio nel circolo virtuoso che si innesca tra performance economica e sostenibilità ambientale e sociale.
Per affrontare il cambiamento climatico che sta arrivando, lo sviluppo tecnologico riveste un ruolo particolarmente importante. Nel 2018 sono stati investiti 400 miliardi di dollari a livello globale per implementare tecnologie e soluzioni energetiche legate al cambiamento climatico. E i risultati si cominciano a vedere. Oggi in Europa l’energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili costa come quella prodotta con fonti fossili. In Asia si stanno costruendo grandi impianti di energia solare. In Cina, India e Australia l’energia prodotta con rinnovabili è venduta all’asta a prezzi inferiori a quella prodotta con combustibili fossili.
Anche la Commissione europea ha fatto la sua parte stanziando dieci miliardi di euro per la ricerca sulle tecnologie legate al cambiamento climatico. Per esempio per sviluppare impianti per la rimozione della CO2 dall’atmosfera. O per sviluppare soluzioni per lo stoccaggio di grandi quantità di energia. O per desalinizzare l’acqua a basse temperature.
Per lo sviluppo di queste e altre tecnologie, cruciali per la sopravvivenza della specie umana su questo pianeta, servono ricerche e focalizzazioni della ricerca su questi temi, che non sempre sono quelli che le nostre università e centri di ricerca hanno sviluppato. Ci vuole quindi il coraggio non solo di incrementare le risorse, ma soprattutto di spostare risorse da impieghi obsoleti o comunque non strategici, a quelle ricerche, dalla bio-ingegneria all’intelligenza artificiale, dal cambiamento climatico alle neuroscienze, che sono fondamentali per la competitività dei nostri sistemi produttivi.