“Oltre il venture capital”, il nostro approfondimento disponibile qui, ci impone di riflettere su un modello di nuova imprenditorialità per il Nord Est diverso da quello a cui siamo abituati quando parliamo di startup. Non perché il modello classico delle scaleup, dei round milionari e delle exit non sia rilevante. Al contrario, quel modello resta essenziale per costruire imprese innovative capaci di crescere, attrarre talenti e competere sui mercati internazionali. Il punto è che il Nord Est oggi non dispone ancora della densità finanziaria, imprenditoriale e manageriale necessaria per reggerlo su larga scala.
Il dato è netto. Nel 2025 le quattro regioni del Nord Est hanno attratto circa 80 milioni di euro di venture capital, contro i 932 milioni della sola Lombardia. Non siamo di fronte a un ritardo marginale, ma a un divario strutturale. Per questo il venture capital va certamente rafforzato, senza però cadere nell’illusione che basti aumentare l’offerta di capitale per generare automaticamente nuova impresa. La questione, infatti, non riguarda solo il lato dell’offerta. Non è solo un problema di supply side, cioè di capitali disponibili. È anche, e forse soprattutto, un problema di demand side. Manca deal flow, o meglio manca un flusso sufficiente di startup investibili, validate dal mercato e agganciate a traiettorie industriali credibili.
Ma le startup non si creano per decreto. Non nascono perché apriamo un bando, lanciamo un acceleratore o organizziamo un pitch day. Nascono quando trovano problemi reali, clienti reali, competenze reali e opportunità concrete di mercato. Da questo punto di vista il Nord Est ha una risorsa che altri territori non hanno nella stessa forma. Ha una base industriale diffusa, ancora forte, radicata in filiere produttive complesse. Se questa base industriale diventa cliente, laboratorio e primo mercato per nuove imprese tecnologiche, allora il Nord Est può costruire un modello distintivo di nuova imprenditorialità. Non la copia povera di Milano. Non un ecosistema startup costruito solo attorno ai fondi. Ma un modello in cui le nuove imprese crescono perché trovano nella manifattura avanzata un primo spazio di applicazione.
In questo senso il venture clienting può diventare una leva importante. La corporate non deve necessariamente investire subito nel capitale della startup. Può fare una cosa più semplice e spesso più utile. Comprarene la tecnologia, testarla, validarla, trasformarla in soluzione industriale. Per una startup, avere un primo cliente industriale credibile può valere più di molti eventi di networking, perché significa ricavi, reputazione, accesso a problemi veri e possibilità di costruire un prodotto più solido. Per l’impresa consolidata significa accelerare l’adozione di nuove tecnologie senza dover internalizzare tutto e senza muoversi subito con operazioni di equity.
Questo modello, però, richiede molto più della retorica sull’open innovation. L’open innovation non si fa con eventi spot, call generiche o vetrine istituzionali. Si fa aprendo processi, procurement, budget, dati e responsabilità manageriali. Si fa creando flussi stabili tra imprese mature e nuove imprese a dotazione tecnologica. Così come per decenni le imprese leader del Nord Est hanno costruito filiere produttive, oggi devono contribuire a costruire nuove architetture tecnologiche, diventando piattaforme di domanda qualificata per software, AI, automazione, data, materiali avanzati e soluzioni B2B applicate all’industria.
In questa prospettiva anche il pubblico ha un ruolo importante, ma non nella forma tradizionale del bando o del voucher. Serve regia, intermediazione, riduzione del rischio. Serve qualcuno che aiuti imprese industriali e startup a incontrarsi attorno a problemi veri, non attorno a formule generiche. Le politiche più efficaci non distribuiscono soltanto risorse. Costruiscono infrastrutture di collaborazione. Dentro questa cornice, anche un fondo dedicato al Nord Est avrebbe senso. Non perché dobbiamo affidarci alla mano pubblica, ma perché un investimento pubblico o pubblico-privato ben disegnato darebbe un segnale forte al mercato. Direbbe che questo territorio crede nella nuova imprenditorialità, mette risorse, condivide parte del rischio e vuole attrarre capitale privato attorno a una strategia industriale riconoscibile.
Resta il nodo culturale, che non può essere trattato come un contorno. Si dice spesso che i family office del Nord Est non investono in startup perché investono solo in ciò che conoscono. Proprio per questo, avvicinare quei capitali a startup industriali, deep tech, software B2B e soluzioni applicate alle filiere potrebbe ridurre la distanza cognitiva tra vecchia e nuova imprenditorialità. La sfida è grande, perché tocca un capitalismo storicamente prudente, familiare e poco abituato a condividere governance, rischio e traiettorie di innovazione. Ma è anche una delle poche strade realistiche per evitare che il Nord Est resti sospeso tra un modello manifatturiero maturo e un ecosistema startup che altrove corre più veloce.
Il futuro dell’imprenditorialità nordestina non sarà solo nei fondi. Sarà nella capacità di trasformare l’industria esistente nel primo mercato delle imprese nuove.