
In Italia solo il 30% dei giovani ha una laurea e il premio salariale resta tra i più bassi d’Europa. Contratti fragili alimentano frustrazione e fuga di competenze. Ma oltre al salario contano meritocrazia, carriera e innovazione, oggi spesso carenti. L’arrivo dell’IA rischia di ridurre ancora di più il valore del titolo di studio e lo spazio per i profili junior.
In Italia la laurea continua a essere un traguardo per pochi. Tra i 25-34enni solo il 32% ha conseguito un titolo di studio terziario, un dato che ci colloca in fondo alla classifica europea ed è quasi metà di quello del Regno Unito. Il confronto lo conferma con chiarezza: nel 2024 più di un giovane su due tra i 25 e i 34 anni in Francia e in Spagna ha completato l’istruzione terziaria, valore che in Germania si ferma al 40%, mentre la media europea è al 44%. Tredici punti percentuali sono dunque la distanza dalla media, misura che si allunga prendendo come riferimento i principali paesi dell’Unione.
Figura 1. Percentuale della popolazione 25-34 anni con titolo di studio terziario 2024, valori percentuali

La realtà evidenzia però un doppio svantaggio: da un lato una minore partecipazione all’università, dall’altro una difficoltà strutturale a tradurre quel capitale formativo in occupazione qualificata e stipendi competitivi. È un divario che pesa sulla crescita economica e sulla capacità del Paese di trattenere i propri talenti, specie se confrontato con partner che hanno già da tempo scommesso sull’alta formazione come leva di competitività.
Secondo l’ultimo rapporto OCSE Education at a Glance 2025 (dati 2023 o più recenti), in Italia i giovani laureati (di tutti i livelli) tra i 25 e i 34 anni percepiscono in media il 25% in più rispetto ai coetanei con il solo diploma. Un vantaggio che, messo a confronto con il resto d’Europa, appare però modesto: in Spagna il premio tocca il 45%, in Francia il 44%, mentre in Germania e Regno Unito si colloca al 35%.
Figura 2. Premio salariale di un titolo di studio terziario (laurea o ITS) rispetto al secondario (diploma). 2023, valori percentuali

La situazione non migliora guardando a fasce d’età più avanzate (45-54 anni) o focalizzandosi sui titoli più avanzati. Master e dottorati in Italia garantiscono infatti un ritorno economico medio di appena +29%, ben al di sotto della media OCSE (+51%). Il gap si conferma guardando al salto tra laurea triennale e specialistica che è ridotto al minimo: 11 punti percentuali, il valore più basso dell’intera Unione Europea. Altrove il quadro è decisamente differente: in Spagna e Finlandia lo scarto sfiora i 30 punti, in Francia raggiunge addirittura i 51, mentre in Germania si attesta a +13 e nel Regno Unito a +29. Non è solo una questione di numeri: questi dati riflettono il grado di riconoscimento – economico e sociale – che ciascun Paese attribuisce all’investimento formativo dei suoi giovani.
Vi è però da segnalare un miglioramento della posizione dell’Italia in termini degli esiti occupazionali. Pur partendo da una posizione di retroguardia, il Paese è tra gli stati che hanno visto crescere di più il tasso di occupazione dei giovani 25-34 anni con un titolo di studio terziario, passando dal 68,0% del 2019 al 74,5% del 2024: quasi otto punti percentuali in più.
Figura 3. Variazione dell’occupazione. Valori percentuali

La più recente rilevazione INAPP–INPS (XXII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, presentato a novembre 2024) offre un quadro aggiornato dell’apprendistato in Italia, con dati riferiti al triennio 2020–2022. Nel 2022 il numero medio di rapporti di lavoro in apprendistato ha raggiunto in Italia circa 569 mila unità, con una forte concentrazione nel Nord (oltre 322 mila), seguito da Centro (137mila) e Mezzogiorno, che raccoglie poco più di 110 mila contratti. La quota di rapporti trasformati in contratti a tempo indeterminato è attorno a un quinto del totale, con valori leggermente più elevati nelle aree settentrionali (20,7% e 21,2% rispettivamente nel Nord Est e Nord Ovest) e più bassi nel Mezzogiorno (18,4%). Anche le cessazioni sono diffuse: circa quattro contratti su dieci cessano nell’anno, con incidenze comprese tra il 36,9% del Mezzogiorno e il 40,4% del Centro.
Nel complesso, i dati evidenziano come il Settentrione presenti un bacino molto più ampio di apprendisti e una maggiore probabilità di stabilizzazione rispetto al Sud, mentre le cessazioni rimangono elevate in tutte le macroaree. Su 222.314 contratti cessati nel 2022, ben il 73,1% è dovuto a dimissioni del giovane lavoratore. Solo il 20,5% delle cessazioni è imputabile a licenziamenti da parte del datore di lavoro, mentre il restante 6,5% è dovuto ad altre cause (ad esempio scadenza naturale con mancato rinnovo). Questo dato – unito all’alta incidenza di interruzioni nel primo anno – suggerisce che molti giovani lasciano volontariamente l’apprendistato, probabilmente per insoddisfazione, per altre opportunità lavorative o difficoltà nel conciliare lavoro e formazione. Tale tendenza rappresenta un elemento critico, in quanto l’obiettivo dell’apprendistato è proprio favorire l’occupazione giovanile stabile. Un aspetto da approfondire resta dunque il perché così tanti apprendisti decidano di dimettersi, e quali misure potrebbero aumentarne la permanenza e il successivo impiego a tempo indeterminato.
Tabella 1. Apprendistato per macroarea: rapporti medi, quota di trasformazioni e quota di cessazioni (anno 2022)

Tuttavia, lo stipendio e la tipologia del contratto raccontano solo una parte della storia. Per un giovane, infatti, conta l’intero pacchetto: dalla meritocrazia percepita alle prospettive di carriera, dalla flessibilità dei percorsi alla sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro. A questo si aggiungono aspetti ormai centrali come l’inclusione e, soprattutto, la possibilità di operare in settori innovativi e tecnologici. È la combinazione di questi fattori, più che la sola retribuzione, a fare la differenza nel trattenere e valorizzare i laureati. Quando mancano, la via dell’espatrio diventa sempre più inevitabile.
Per di più, oggi un nuovo elemento rischia di comprimere ulteriormente il “premio” formativo dei giovani: l’intelligenza artificiale. Le ultime ricerche non lasciano dubbi. Uno studio di Stanford (Brynjolfsson et al., 2025) mostra che, dall’esplosione dei sistemi generativi, i lavoratori tra i 22 e i 25 anni impiegati nelle occupazioni più esposte all’IA hanno subito un calo dell’occupazione del 13%, mentre i colleghi più esperti nello stesso settore hanno mantenuto la stabilità o addirittura aumentato la produttività. Il dato chiave è che l’aggiustamento non passa dai salari, rimasti relativamente fermi, ma dall’occupazione: meno contratti per chi è all’inizio della carriera.
Un risultato simile emerge da Harvard (Hosseini & Lichtinger, 2025): l’adozione di IA da parte delle imprese si traduce in un calo netto delle assunzioni di profili junior, in particolare dal 2023, mentre quelle dei senior continuano a crescere. In certi settori – dal commercio alla consulenza – la richiesta di neolaureati si è contratta anche del 40% rispetto alle aziende non adottanti. Gli autori parlano esplicitamente di un cambiamento “seniority-biased”: una tecnologia che non colpisce tutti allo stesso modo, ma che tende a spiazzare soprattutto i più giovani.
Il rischio, avvertono entrambi gli studi, è che vengano erose proprio quelle mansioni di ingresso che storicamente rappresentavano la rampa di lancio per i laureati. Così, mentre i lavoratori esperti restano protetti dal capitale di competenze tacite accumulate negli anni, i giovani rischiano di trovare ancora meno spazio e di vedere svalutato il ritorno economico dei propri studi. Una dinamica che, se non affrontata, rischia di ampliare il divario generazionale nelle opportunità di carriera e nel valore della formazione.
La sfida, insomma, non è più soltanto aumentare il numero dei laureati, ma fare in modo che la loro formazione resti rilevante. Oggi il vero rischio è un doppio gap: da un lato la scarsa valorizzazione economica dei titoli, dall’altro la possibilità che molte competenze di ingresso vengano rapidamente sostituite dall’intelligenza artificiale. Se i percorsi universitari non si aggiornano in sintonia con le traiettorie, spesso imprevedibili, della domanda di lavoro, il titolo rischia di perdere attrattiva e valore reale.
Per l’Italia la partita si gioca sulla capacità di anticipare quali competenze resteranno davvero critiche e non replicabili dalle macchine, costruendo percorsi flessibili, interdisciplinari e radicati nell’innovazione. È un banco di prova che tocca da vicino anche la manifattura, pilastro dell’economia nazionale ma esposta agli shock globali e al salto tecnologico in corso. Trattenere i giovani e dare dignità economica al loro capitale formativo non è solo una questione di equità generazionale: è la condizione perché il Paese possa affrontare la nuova stagione industriale senza rinunciare al suo motore produttivo.
Fonti e bibliografia:
· OECD, Education at a Glance 2025: OECD Indicators, OECD Publishing, Parigi, 2025.
· XXII Rapporto di Monitoraggio Apprendistato – INAPP (Novembre 2024)
· I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero. Propensione e motivazione. Fondazione Nord Est, 2024
· Brynjolfsson, E., Chandar, B., & Chen, R. (2025). Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence.
· Lichtinger, Guy and Hosseini Maasoum, Seyed Mahdi and Hosseini Maasoum, Seyed Mahdi, Generative AI as Seniority-Biased Technological Change: Evidence from U.S. Résumé and Job Posting Data (August 31, 2025).