È di questi giorni la notizia dell’accordo stipulato dal gruppo De Longhi per l’acquisizione di Capital Brands, gruppo statunitense con fatturato di poco inferiore ai 300 milioni di dollari, noto per la produzione di frullatori e mixer. L’operazione cross-border di De Longhi, non nuova in tali iniziative, è l’occasione per riflettere sulle strategie di espansione all’estero delle multinazionali italiane.Da un lato ci sono imprese colpite severamente dalla crisi, per le quali la caduta della domanda ha accentuato sofferenze finanziarie che spesso erano presenti già prima del lockdown; dall’altro c’è una grande massa di liquidità pronta a selezionare opzioni di investimento profittevoli, in vista di una ripresa che la diffusione dei vaccini potrebbe rendere molto robusta fin dalla prima metà del prossimo anno. A questo si aggiungono tuttavia altri due fattori che spingono nello specifico le acquisizioni estere e che la pandemia tende ulteriormente a rafforzare. Il primo è il ritorno di politiche protezionistiche che aumentano i costi dei prodotti esportati e portano così le imprese a ricercare alleanze internazionali e produzioni dirette in stabilimenti prossimi ai mercati di sbocco. Il secondo è lo sviluppo di tecnologie di automazione integrata e controllo da remoto che accrescono l’efficienza di impianti di dimensione minore, rendendo perciò convenienti strategie multi-localizzative, utili anche per adattare i prodotti alla varietà della domanda locale.

Ma mentre sulle attività dei gruppi multinazionali che investono in Italia c’è molta attenzione da parte della politica e dell’opinione pubblica, sul fronte delle operazioni all’estero delle imprese italiane, come quella effettuata da De Longhi, si parla poco. Eppure, come documenta l’ultima rilevazione Istat, le imprese controllate oltre confine da gruppi italiani sono ben 23.800, danno lavoro a quasi 1, 8 milioni di addetti nei paesi che le ospitano, con un fatturato all’estero che per l’industria vale il 23% di quello prodotto in Italia. L’area di investimento preferita dalle multinazionali italiane è, non a caso, quella degli Stati Uniti, dove si trovano ben 2.600 filiali e dove si concentra un quarto del fatturato totale all’estero. Se consideriamo che negli Stati Uniti la retribuzione media lorda del personale nelle filiali italiane è 73.500 euro, è evidente che questa strategia non può essere confusa con la ricerca di bassi costi del lavoro che ha caratterizzato la vecchia fase della delocalizzazione produttiva. In base all’indagine Istat, la vicinanza a nuovi mercati rappresenta infatti la motivazione di gran lunga più importante per l’investimento estero. Segue l’aumento della qualità e lo sviluppo di nuovi prodotti, quindi l’accesso a nuove conoscenze o competenze tecniche specializzate. Per il 70% delle imprese la riduzione dei costi del lavoro non rappresenta più un fattore importante nella decisione di investire all’estero.

Fonte: Istat
Articolo pubblicato sui quotidiani veneti del Gruppo GEDI il 26 novembre 2020