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Il commento settimanale di Alberto Baban e Giulio Buciuni

L’export non sta alzando i salari. Servono anche imprese ad alta produttività.

Condividi Pubblicato il 16 set 2026

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Nel quadro degli incontri legati al Mercosur, a Buenos Aires, Antonio Tajani ha ricordato l’obiettivo di portare l’export italiano oltre i 700 miliardi di euro.

Si tratta di una buona notizia, dato che l’Italia vive anche della capacità delle proprie imprese di competere sui mercati internazionali e il Nordest ne è uno degli esempi più evidenti. Proprio per questo, però, vale la pena chiedersi quanto del successo internazionale delle nostre imprese riesca poi a tradursi in prosperità per i territori nei quali operano.

L’export ci dice quanto vendiamo all’estero, ma non racconta da solo quanto valore viene effettivamente generato nel Paese, con quale produttività e come quel valore viene poi distribuito, anche attraverso salari competitivi. Come sempre, cerchiamo supporto nei dati. Guardando al valore aggiunto domestico incorporato nelle esportazioni, il quadro è meno scontato di quanto si possa pensare: nel 2022 era circa il 71% in Italia e il 74% in Germania.

La distanza tra i due paesi, quindi, non sembra stare tanto nella quota di valore dell’export che viene generata all’interno dell’economia. E questo è senz’altro un buon segnale.

Quel dato, però, non ci dice ancora dove quel valore viene prodotto e come viene distribuito. Una parte rilevante dell’export italiano è infatti concentrata nelle imprese medio-grandi e grandi, che presentano livelli di produttività molto superiori alla media del sistema produttivo. In Italia il valore aggiunto per addetto passa da circa 38.500 euro nelle microimprese a oltre 84.000 nelle aziende con più di 250 addetti.

Questo rende la domanda sui salari ancora più interessante. Se una parte importante delle nostre esportazioni passa proprio attraverso le imprese più produttive, internazionalizzate e spesso profittevoli del Paese, perché il valore creato non si traduce in retribuzioni molto più elevate per il lavoro qualificato?
Una possibile risposta è che anche un’impresa eccellente paga il lavoro nel mercato in cui opera. Se la competizione per ingegneri, tecnici e altri profili qualificati rimane relativamente limitata, le imprese non hanno necessariamente bisogno di spingere molto più in alto i salari.

Ed è qui che la struttura produttiva complessiva torna a contare. Un’economia composta in larga parte da imprese piccole, mediamente meno produttive e meno intensive nell’uso di tecnologie avanzate, genera anche una domanda più limitata di lavoro altamente qualificato. Le nostre grandi imprese possono quindi essere molto produttive senza trovarsi immerse in un mercato nel quale molte aziende competono per gli stessi talenti.

Per questo, accanto all’obiettivo di esportare di più, dovremmo forse porcene un altro: aumentare il numero di imprese ad alta produttività, capaci non solo di creare valore, ma anche di generare più domanda e più competizione per il talento. È anche da questo passaggio che il successo sui mercati internazionali può trasformarsi in salari, opportunità e prosperità nei territori.

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