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L’impresa ai tempi dell’AI

Condividi Pubblicato il 13 ago 2026

Una recente intervista di «Der Spiegel» a Yuval Noah Harari sull’intelligenza artificiale offre uno spunto interessante per riflettere non tanto su quello che farà l’AI, ma su quello che sta già succedendo alle nostre aziende.

L’impresa è un meccanismo straordinariamente sofisticato. Coordina il lavoro di più persone, capitale, competenze e tecnologie con l’obiettivo di produrre beni e servizi. Lo fa all’interno delle regole imposte dagli impianti burocratici e confrontandosi continuamente con quelle, molto più semplici, del mercato. Alla fine sono le performance economiche a misurarne l’efficienza. Fatturato, margini, cassa, ritorno sul capitale. Se un’azienda funziona cresce, se funziona meno dei concorrenti deve migliorare, se non riesce a farlo prima o poi scompare.

Per questo l’impresa è un organismo in continua evoluzione. Automazione e robotica hanno seguito esattamente questo principio. Hanno progressivamente sostituito o migliorato funzioni precedentemente svolte dall’uomo, aumentando produttività, qualità e velocità. Ma fino ad oggi c’era sempre qualcuno che decideva cosa migliorare. Il robot eseguiva. L’automazione eseguiva. Il computer elaborava. Era l’uomo a progettare il miglioramento, stabilire gli obiettivi e dare le indicazioni.

Con l’intelligenza artificiale qualcosa cambia. L’AI non si limita a eseguire. Osserva, interpreta, confronta e propone. Soprattutto è in grado di mettere in relazione contemporaneamente il consumatore con tutta la complessità dell’azienda necessaria per soddisfarlo. Può leggere ciò che il mercato desidera e contemporaneamente intervenire su progettazione, acquisti, produzione, magazzino, logistica, prezzi e marginalità.

Quando questa capacità si combina con automazione e robotica, il sistema non aspetta più necessariamente che sia l’uomo a indicargli dove migliorare. Il miglioramento diventa continuo. Nel breve periodo sembra una straordinaria semplificazione. Meno errori, meno passaggi, strutture più snelle, decisioni più veloci e una produttività enormemente superiore. Ma cosa succederà quando tutto questo sarà disponibile a tutti?

Probabilmente AI, robotica e automazione smetteranno progressivamente di rappresentare un vantaggio competitivo e diventeranno semplicemente la condizione necessaria per stare sul mercato. Le aziende avranno accesso alle stesse tecnologie, agli stessi sistemi produttivi e forse perfino alle stesse capacità progettuali. L’offerta tenderà quindi inevitabilmente ad assomigliarsi. La competizione si sposterà altrove. Vincerà chi avrà la capacità di imporsi sul mercato e soprattutto chi governerà i dati.

Chi conosce il consumatore, i suoi comportamenti, le sue preferenze e magari i suoi desideri prima ancora che vengano espressi potrà utilizzare una capacità produttiva sempre più flessibile e automatizzata per trasformare quelle informazioni in prodotti e servizi. E non è affatto detto che saranno le aziende che conosciamo oggi. Potrebbero essere nuovi soggetti che non possiedono fabbriche e forse non producono nulla, ma controllano i dati e soprattutto la relazione con il cliente.

È un cambiamento che porta con sé anche una progressiva spersonalizzazione dell’impresa. Perché se l’AI entra non soltanto nell’esecuzione ma anche nella capacità di analizzare, coordinare e decidere, inevitabilmente cambia il peso del capitale umano. Ed è qui che il problema esce dall’azienda. La nostra società non è basata sul lavoro per caso. Il lavoro non è soltanto uno dei fattori della produzione. È il grande meccanismo attraverso il quale distribuiamo reddito, autonomia, responsabilità e opportunità. È anche un equilibratore sociale.

Attraverso il lavoro una persona può migliorare la propria condizione, costruire una famiglia, educare i propri figli e soprattutto immaginare per loro un futuro migliore. Se una quota crescente del valore prodotto si sposterà dal lavoro verso capitale, algoritmi e dati, inevitabilmente dovremo chiederci come verrà distribuita quella ricchezza. Perché il rischio è evidente, una progressiva polarizzazione tra chi controlla capitale, tecnologia e dati e chi dispone prevalentemente del proprio lavoro.

E questo finirebbe per modificare anche la domanda. Perché chi lavora è anche chi guadagna e chi consuma. Se cambia il lavoro, cambia la distribuzione del reddito. Se cambia il reddito, cambiano i consumi. E quando cambiano insieme offerta e domanda, cambia l’economia. Ma soprattutto potrebbe cambiare la società.

La democrazia si fonda anche sulla convinzione che ciascuno, partendo da condizioni diverse, possa ambire a costruirsi un futuro migliore. Non significa garantire a tutti gli stessi risultati. Significa garantire a tutti la possibilità di provarci.

Forse la vera sfida dell’intelligenza artificiale non sarà quindi capire quanto riusciremo a produrre. Sarà capire come distribuiremo il valore che saremo capaci di creare. Perché possiamo costruire aziende enormemente più efficienti. Ma dovremo contemporaneamente costruire una società capace di rimanere altrettanto equilibrata.

 

Articolo apparso su Il Corriere del Veneto del 13 agosto 2026

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