
La vicenda del piano Transizione 5.0, una misura pensata per accompagnare l’ammodernamento del sistema produttivo italiano, racconta meglio di molte analisi teoriche quanto l’incertezza sia il vero nemico degli investimenti e, più in generale, delle imprese.
Si tratta di un sistema di crediti d’imposta destinato alle imprese che investono in tecnologie digitali avanzate (come automazione, interconnessione, intelligenza artificiale) a condizione che questi investimenti siano accompagnati da un miglioramento certificato dell’efficienza energetica. In altre parole, innovazione digitale e sostenibilità devono procedere insieme: più produttività, meno consumi e minori emissioni.
Un obiettivo ambizioso e necessario per un Paese chiamato ad affrontare la doppia transizione, digitale ed ecologica.
Il percorso della misura è stato però accidentato fin dall’inizio. La complessità delle procedure ha inizialmente frenato le imprese, portando a un utilizzo inferiore alle attese e a un primo ridimensionamento delle risorse. Quando la partecipazione è aumentata, i fondi si sono esauriti rapidamente, lasciando fuori migliaia di imprese che avevano pianificato investimenti contando sull’incentivo. Il picco di tensione si è registrato a ridosso delle scadenze, quando a fronte di risorse ormai limitate si è concentrata un’ondata di domande che ha escluso molte aziende. Il governo ha invitato comunque a presentare richiesta, promettendo coperture successive, ma è rimasto un disallineamento solo parzialmente colmato nel tempo. La vicenda ha raggiunto il suo punto più critico quando il governo ha deciso di ridurre drasticamente il rimborso previsto per queste imprese per finanziare altre misure ritenute più urgenti, come il contenimento dei prezzi dei carburanti, aprendo uno scontro con il mondo produttivo.
Per le imprese coinvolte, il problema non era solo economico ma soprattutto di affidabilità del quadro regolatorio: quando le regole del gioco cambiano a posteriori, l’investimento si trasforma in una scommessa. Il successivo dietrofront del governo, con il ripristino dei fondi per gli “esodati”, ha attenuato il conflitto ma non ha cancellato l’effetto reputazionale della vicenda.
Questa storia non è tanto rilevante per il suo esito finale, quanto per ciò che rivela: un contesto decisionale instabile, in cui le politiche industriali vengono modificate in corso d’opera, talvolta in modo improvviso e poco prevedibile. Ed è proprio questa instabilità a rappresentare il vero costo per il sistema produttivo. L’incertezza agisce infatti come una tassa invisibile sugli investimenti: aumenta il premio per il rischio, induce a rinviare decisioni strategiche e favorisce atteggiamenti attendisti. In un contesto globale già segnato da tensioni nelle relazioni tra paesi, transizioni tecnologiche accelerate e volatilità dei prezzi dei prodotti energetici, l’ultima cosa di cui le imprese hanno bisogno è un’ulteriore fonte di imprevedibilità. Il caso Transizione 5.0 mostra con chiarezza che non basta disegnare buone politiche industriali: è altrettanto fondamentale garantirne coerenza, stabilità e semplicità attuativa. Senza queste condizioni, anche gli strumenti più avanzati rischiano di trasformarsi in fattori di disorientamento.
L’instabilità del quadro regolatorio non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio che condiziona l’attività d’impresa. I dati internazionali aiutano a delinearne con maggiore precisione i contorni. Il posizionamento dell’Italia nell’indice “Ease of Doing Business” della Banca Mondiale mostra infatti come la facilità di fare impresa dipenda da dimensioni ben definite – tempi, costi e complessità procedurali – offrendo una misura concreta delle difficoltà incontrate dalle imprese.
Secondo l’indice complessivo, che sintetizza dieci ambiti relativi all’avvio e alla gestione di un’attività economica, l’Italia si colloca al 58° posto nella classifica mondiale, guidata da Nuova Zelanda (1°), Singapore (2°) e Hong Kong (3°). Tra i paesi dell’Unione europea, solo Danimarca e Svezia rientrano tra i primi dieci, occupando rispettivamente la quarta e la decima posizione. L’andamento dell’Italia nelle diverse dimensioni che compongono l’indice è rappresentato nel grafico seguente.

Il grafico evidenzia una forte eterogeneità tra le diverse dimensioni dell’attività d’impresa. Da un lato, l’Italia mostra performance elevate in ambiti legati alla gestione delle proprietà e all’integrazione nei mercati internazionali: il commercio transfrontaliero si colloca al primo posto a livello globale, mentre la registrazione della proprietà e l’accesso all’elettricità presentano livelli relativamente efficienti. Dall’altro lato, emergono con chiarezza le principali criticità: l’esecuzione dei contratti (122° posto), il pagamento delle imposte (128°) e l’accesso al credito (119°), oltre alla complessità dell’avvio d’impresa e delle autorizzazioni edilizie.
Questa divergenza non è casuale. Le maggiori difficoltà si concentrano dove entrano in gioco tempi della complessità normativa e interazione con la pubblica amministrazione. È proprio in questi ambiti che l’incertezza si manifesta in modo più evidente: non tanto come assenza di regole, ma come difficoltà nel prevederne tempi, esiti e applicazione. In questo senso, i dati della Banca Mondiale rafforzano quanto emerso nel caso Transizione 5.0.
L’incertezza non è un elemento episodico o legato a singole misure, ma una caratteristica strutturale dell’ambiente in cui le imprese operano. E riguarda soprattutto le fasi più delicate del ciclo di vita dell’impresa: nascita, finanziamento, gestione fiscale, investimenti e tutela contrattuale.
Il legame tra qualità istituzionale e capacità di innovazione nella twin transition è ormai documentato anche empiricamente. Analisi a livello regionale europeo mostrano che contesti con istituzioni più efficaci – misurate attraverso indicatori di qualità della governance – registrano una maggiore produzione brevettuale in tecnologie che combinano digitale e sostenibilità (Dal Molin e Leggerini, 2026). Questo suggerisce che la questione non è solo di incentivi o risorse, ma di prevedibilità e affidabilità del contesto regolatorio: in altri termini, di ease of doing business in senso sostanziale.
Se il contesto di partenza non è tra i più favorevoli in termini di tempi, costi e procedure, aggiungere ulteriore incertezza significa amplificare i vincoli, non superarli. In una fase segnata da grandi transizioni, digitale ed energetica, questo rischio diventa ancora più rilevante: si indebolisce la capacità del sistema di essere realmente “future-ready”, compromettendo ulteriormente l’attrattività per gli investimenti e le prospettive di crescita.
In altre parole, la vera politica industriale passa anche (e forse soprattutto) dalla riduzione dell’incertezza
Referenze
Dal Molin, M., and C.Leggerini. 2026. “Strengthening Institutions for a Green and Digital Future: Regional Evidence From Europe's Twin Transition.” Journal of Regional Science0: e70062. https://doi.org/10.1111/jors.70062 https://archive.doingbusiness.org/en/rankings