
Sono da poco usciti i dati sull’export delle regioni italiane. Al di là delle luci e ombre che caratterizzano i primi nove mesi dell’anno a Nord Est (-0,6% le esportazioni in Veneto, -1,5% il Trentino-Alto Adige e +22,5% per il Friuli-Venezia Giulia, un dato che risente delle dinamiche esportative della cantieristica) va sottolineato che in un’economia globale in rapida ridefinizione, la semplice capacità di esportare non può più essere l’unico metro per misurare la capacità di un sistema industriale di generare valore.
Sebbene il Nord Est rimanga una delle aree più dinamiche d’Europa in termini di propensione all’esportazione, oggi è necessario interrogarsi non tanto su “quanto” si vende oltreconfine, ma su “cosa” fanno esattamente le imprese all’interno delle filiere ossia sul loro posizionamento nelle Catene Globali del Valore (CGV).
È importante farlo per diversi motivi.
- Il primo è legato all’importanza che le CGV hanno sugli scambi internazionali: istituzioni come Banca Mondiale e OCSE stimano che tra il 60% e il 70% degli scambi mondiali di beni siano attivati proprio da queste catene.
- Il secondo motivo è che il Nord Est non è alieno rispetto a queste dinamiche: analisi di Fondazione Nord Est confermano che ben il 34,6% delle medie imprese manifatturiere di quest’area partecipa direttamente a una catena globale. Questo significa che oltre un terzo della spina dorsale produttiva del territorio lega una parte del proprio destino a dinamiche sovranazionali.
- Il terzo motivo per cui è importante studiare le Catene Globali del Valore è che tali strutture stanno mutando, generando una nuova sfida per i territori che vi fanno parte. La globalizzazione è entrata in una fase nuova, segnata dall’affermazione di blocchi politici ed economici distinti che fanno presagire l’affermazione di piattaforme tecnologiche diversificate. Le filiere si accorciano, si regionalizzano sperimentando nuovi equilibri.
In questo scenario magmatico, capire come le imprese del Nord Est si stanno adattando non è un esercizio teorico, ma un imperativo strategicoper questo territorio.
L’analisi comparata delle regioni del Nord Italia mostra già oggi approcci differenti: il Veneto e l’Emilia-Romagna tendono a muoversi con logiche simili, mentre il Friuli-Venezia Giulia e la Lombardia trovano posizionamenti diversi. Sono sfumature decisive, perché la modalità in cui un’azienda si colloca lungo la catena determina la quota di valore aggiuntoche riesce a trattenere sul territorio.
Per garantire un futuro di prosperità, l’imperativo è uno solo: “upgrade“. Il termine indica il miglioramento del posizionamento competitivo delle imprese e dei territori per catturare margini più elevati attraverso quattro strade principali. La prima via è l’upgrade di processo. Si tratta di continuare a produrre gli stessi beni per gli stessi mercati, ma rendendo la produzione più efficiente. In un territorio che deve fare i conti con un inesorabile declino demografico, questa strada passa obbligatoriamente per l’automazione spinta e la robotica, unite alla sensoristica IoT e alla mediazione dell’intelligenza artificiale per ottimizzare i flussi. La seconda direzione è l’upgrade di prodotto, che richiede lo spostamento verso beni più complessi e a maggior valore aggiunto. Ancor più strategica è la terza via, l’upgrade funzionale. Qui la sfida è affiancare alle attività di produzione e assemblaggio, fasi che il Nord Est presidia storicamente con eccellenza, quelle funzioni intangibili che stanno a monte e a valle della fabbrica: ricerca e sviluppo, design, progettazione, marketing, post-vendita e analisi dei dati. È in questi segmenti immateriali che oggi si concentra la fetta più importante del valore aggiunto. Infine, la quarta opzione è l’upgrade di filiera, un salto imprenditoriale verso catene del valore completamente diverse, tecnologicamente più avanzate e remunerative come, ad esempio, l’aerospace.
La tesi di fondo che emerge dal Manifesto che Fondazione Nord Est ha presentato è chiara: l’upgrade non è un’opzione, ma l’unica strategia di sopravvivenza competitiva. Il territorio non manca di innovazione incrementale, ma deve rafforzare la capacità di generare innovazione radicale. Solo costruendo una “manifattura future-ready”, capace di presidiare le funzioni più remunerative della catena, sarà possibile generare quel valore aggiunto necessario per pagare stipendi in linea con quelli delle regioni europee più attrattive e finanziare nuovi investimenti. Perché, in ultima analisi, l’attrattività di un territorio dipende dalla qualità delle sue imprese: senza aziende capaci di offrire percorsi sfidanti e retribuzioni competitive, nessuna politica di contrasto all’esodo potrà avere successo.
* Articolo apparso sui quotidiani del gruppo NEM.