A cominciare dal “Triangolo industriale” Torino-Milano-Genova, che identifica l’area di più antica industrializzazione, caratterizzata da imprese di dimensione medio grandi e dalla specializzazione prevalente nell’industria pesante, nell’analisi dello sviluppo economico italiano sono state utilizzate varie raffigurazioni capaci di evidenziare le peculiarità dei diversi modelli di sviluppo.
A partire dalla fine degli anni ’70 si comincia a parlare di “Terza Italia” che individua quell’area del Paese che comprende il Nord Est, la Toscana e le Marche (definita anche “NEC”, acronimo di Nord Est Centro). Territori che hanno vissuto un percorso di sviluppo alternativo a quello del Triangolo industriale e del Meridione e che si caratterizzano per:
• la spiccata specializzazione nella manifattura leggera (meccanica, abbigliamento, mobili, calzature, pelli, occhiali e gioielli) a medio-bassa intensità di capitale, basata su impianti di piccole e media dimensione,
• la forte diffusione delle sue localizzazioni manifatturiere (“una fabbrica per ogni campanile” era un modo per definire questa caratteristica),
• la presenza di importanti addensamenti locali che contraddistinguono i settori di specializzazione che in alcuni casi daranno luogo al fenomeno dei distretti industriali.
Sul finire degli anni ’90, grazie anche agli studi di Mediobanca e Unioncamere, l’attenzione si è spostata sul ruolo che le medie imprese svolgevano nello sviluppo italiano. In quegli anni si cominciò a parlare di “Italia delle medie imprese” anche grazie ad una famosa mappa (Figura 1) che riportava la concentrazione di medie imprese sul territorio italiano e che allargava l’orizzonte del NEC alla Lombardia, al Piemonte, ma anche, più a sud, alla Campania. I risultati di tali analisi mettevano in evidenza che le medie imprese erano fortemente concentrate nelle aree del NEC, oltre che in Lombardia (80% del totale), e che la loro localizzazione somigliava, per certi aspetti, a quella delle aree di natura distrettuale.

A queste immagini se ne sono sovrapposte altre come quella della “locomotiva d’Italia”, così veniva definito il Nord Est negli anni ’80 e ’90, una definizione che testimoniava il successo di un modello socio-economico che aveva permesso in pochi anni a un’area arretrata del paese di diventare uno dei sistemi più dinamici in Europa.
Più recentemente si è tornati a parlare di “triangolo industriale”, secondo una proposta di Marco Fortis, che individua i tre vertici del triangolo rispettivamente nelle provincie di Milano, Monza e Brianza e Lodi al Centro Nord, in quelle di Treviso e Padova a Est e, verso Sud, quelle di Modena, Bologna e Ferrara. L’analisi di Fortis è basata su quattro indicatori che descrivono esclusivamente la struttura economica (Pil, occupazione, export e valore aggiunto), ma non considera una serie di elementi che condizionano lo sviluppo e la crescita di un territorio e che sono riconducibili alla struttura sociale, alle caratteristiche e alla qualità delle istituzioni e a quelle del capitale umano. Val la pena quindi esplorare in modo accurato se esista oggi in Italia un’area di territori che condividono livelli simili rispetto agli indicatori citati.
Il Pentagono
Abbiamo quindi considerato 15 variabili ricavate dal BES – Benessere e Sostenibilità dell’Istat a partire dalle quali è stata confrontata la performance economico-sociale delle province italiane. Attraverso un accurato processo di aggregazione e comparazione abbiamo costruito un nuovo indicatore, l’Indice di Sviluppo Economico e Sociale (ISES), dal quale emerge chiaramente una nuova figura geometrica. Che non è un triangolo, ma un pentagono, che include la Lombardia, il Trentino-Alto Adige, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e l’Emilia-Romagna. Si conferma l’intuizione che il baricentro dello sviluppo sta in un’area mitteleuropea a cui appartengono le 5 regioni. Come anticipato, siamo arrivati a questa conclusione svolgendo un’analisi basata su un set di 15 indicatori. Le 15 variabili scelte per l’analisi sono state raggruppate in 4 aree tematiche, così come richiamato nella Tabella 1.La scelta di inserire indicatori non solamente legati alla struttura o al benessere economico risponde alla necessità di inserire alcuni dei fattori determinanti nello sviluppo di un territorio come l’istruzione (fattore decisivo per il futuro del Paese) o la qualità delle istituzioni.
L’analisi è stata svolta a livello provinciale, in modo da evidenziare la presenza di province con caratteristiche eterogenee all’interno delle regioni, considerando quindi le 111 province italiane. I dati si riferiscono al 2018.

A partire da questi indicatori è stato costruito l’Indice di Sviluppo Economico e Sociale (ISES). Per consentire l’aggregazione, le variabili sono stare normalizzate usando il metodo mini-max, riscalandole in modo che ciascuna variabile abbia un valore compreso nell’intervallo [0,100].
Per quanto riguarda le due variabili:
• Emigrazione ospedaliera in altra regione,
• Giovani che non lavorano e non studiano (Neet).
Dopo la normalizzazione abbiamo sostituito la variabile con il suo complemento a 100 (calcolando 100 – ṽ dove ṽ è la variabile normalizzata) poiché diversamente dalle altre variabili sono preferibili valori bassi di queste due variabili. Per quanto riguarda la metodologia utilizzata per l’aggregazione delle variabili considerate, e ai pesi attribuiti a ciascuna variabile, abbiamo fatto riferimento alla metodologia utilizzata da Navarro (2014). In particolare, è stata applicata la Principal Component Analysis (PCA) e la procedura è stata iterata 4 volte, una per ciascuna delle aree tematiche, che vengono quindi analizzate separatamente e poi aggregate.
La Figura 2 mostra il valore dell’ISES per le 111 province e consente di visualizzare il Pentagono disegnato dalla 5 regioni (Lombardia, province autonome di Trento e Bolzano, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna) nelle quali si concentrano 21 delle 22 province che si trovano al top per qualità delle istituzioni, per capitale umano, occupazione e benessere economico.

All’interno del Pentagono alcune province rientrano nelle classi con valori più bassi dell’indicatore. Queste province sono: Pavia, Lodi, Monza e Brianza, Mantova Bergamo e Sondrio, Gorizia, Venezia, Rovigo, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini.
A titolo di esempio, Venezia risulta penalizzata da valori bassi della variabile capacità di riscossione del comune, mentre Mantova e Rovigo hanno valori bassi nelle variabili sul livello di istruzione: numero di persone con almeno il diploma e numero di laureati ed altri titoli terziari. Anche la provincia di Gorizia è penalizzata da un basso numero di laureati e di partecipazione alla formazione continua.
Infine, è possibile formulare una classifica delle provincie più virtuose per ciascuna delle quattro aree tematiche. Le prima tre province per ciascuna area, in ordine di performance, sono:
• Qualità delle istituzioni: Lecco, Sondrio, Bergamo
• Istruzione e formazione: Milano, Trieste, Bologna
• Lavoro: Milano, Parma, Bolzano
• Benessere economico: Bolzano, Milano, Bologna.
Per quanto riguarda la qualità delle istituzioni le province nelle prime tre posizioni sono in Lombardia. Si nota inoltre che le province di Milano, Bologna e Bolzano compaiono nelle prime posizioni in due delle quattro aree tematiche.