Spesso, in Italia e nel Nord Est in particolare, si percepiscono i founder delle startup come una tendenza estera e passeggera. Quasi che fare startup fosse più un hobby che un lavoro.
Non si può negare che, finora, il successo delle startup italiane sia stato sporadico e che il business stesso di queste nuove imprese sia profondamente differente rispetto a quello che ha reso ricca una o più generazioni di imprenditori. Infatti, rispetto alla meccanica strumentale, ai beni d’investimento, alla moda o all’agrifood, le startup di oggi sono più orientate verso l’intelligenza artificiale, i materiali avanzati, le nanotecnologie, la robotica, il cleantech o le biotecnologie: ambiti o nicchie non coperte (a sufficienza) dalla tradizionale innovazione interna alle imprese mature. Non è un caso che termini come deeptech siano entrati nel linguaggio comune proprio in questi anni. Questa distanza, però, non significa che startup e imprese mature vivano in mondi separati. Una parte della nuova imprenditorialità nasce proprio dalla conoscenza che si accumula nelle aziende, nelle università e nei centri di ricerca e che, per l’incertezza che accompagna le nuove idee, non sempre trova spazio nelle organizzazioni esistenti. La startup diventa allora il veicolo che porta quella conoscenza sul mercato: non una cesura rispetto al tessuto produttivo, ma una delle forme attraverso cui quel tessuto continua a trasformarsi.
D’altro canto, è anche vero che fondare oggi un’azienda di successo pone problemi diversi rispetto a venti, quaranta o sessanta anni fa. La tecnologia ha ridotto il costo e le competenze necessarie per costruire un prodotto ma allo stesso tempo ha alzato la velocità di sviluppo e distribuzione richiesta per conquistare una quota di mercato sufficiente. Se creare un business è diventato significativamente più facile, farlo scalare e difenderne la posizione è molto più difficile, perché il numero di concorrenti e i capitali a loro disposizione, specialmente all’estero, sono molto più ingenti. Dunque, è indubbio che tra founder di oggi e imprenditori di ieri delle differenze ci siano.
Lo spirito rimane, tuttavia, lo stesso.
Eredi dei mercanti veneziani e dei distretti industriali, gli imprenditori nordestini hanno sempre mostrato tratti comuni che caratterizzano la loro attività. Prima di tutto la tolleranza al rischio: ieri facevano il mutuo per comprare il capannone, oggi rinunciano a un lavoro per sviluppare un prodotto. Si tratta della capacità di accettare, anzi accogliere, l’incertezza come opportunità e di scegliere il piatto della bilancia che promette molto con poca probabilità, invece di quello che garantisce poco con certezza. Poi la visione: vedono un futuro diverso dal presente, e sanno che a renderlo migliore saranno le loro azioni. Ancora, gli imprenditori sono ossessionati dalla qualità del prodotto, dalla soddisfazione del cliente, dalla massimizzazione dell’efficienza. Tre caratteristiche costanti, al di là del momento e del business specifico.
Cambiano le modalità, ma imprenditore resta chi si guarda attorno, vede un bisogno insoddisfatto o un’opportunità non colta, trova un vantaggio competitivo per coglierla e agisce, senza indugio. Questa capacità gli americani la chiamano, molto efficacemente, “agency”; in dialetto, “inisiativa”. E rimane nel tempo una costante.
Per il territorio, il passaggio tra una generazione imprenditoriale e l’altra, però, non dovrebbe avvenire da solo. L’esperienza dei cluster tecnologici mostra che chi fa impresa per la prima volta costruisce credibilità, fiducia e connessioni anche grazie al confronto con imprenditori e manager esperti, che trasferiscono contatti, competenze e conoscenza del mercato. Le imprese possono nascere e scomparire; molte capacità restano invece nel territorio perché sono incorporate nelle persone, nei processi e nelle relazioni.
Serve, dunque, che il Nord Est costruisca una comunità tra gli imprenditori di oggi e quelli di ieri, capace di guardare oltre le differenze di superficie e arrivare a una lingua comune: il fare impresa come atto di espressione. Ancora di più, questa comunità si deve estendere a quelli che saranno gli imprenditori di domani, perché tra le porte che i giovani immaginano davanti a sé, assieme alla carriera in azienda o alla ricerca, ce ne sia anche una che dà sul fare impresa. Perché chi ha dentro di sé questo spirito possa riconoscerlo, tirarlo fuori e farne un mestiere.