Nel 2026 l’Unione europea ha rafforzato la difesa della propria industria siderurgica riducendo le quote di importazione esenti da dazi e aumentando il dazio sull’acciaio importato oltre quei limiti. Ha inoltre rafforzato la tracciabilità dell’origine produttiva: gli importatori devono indicare il Paese nel quale l’acciaio è stato fuso e colato per la prima volta. La misura serve a rendere più difficile l’aggiramento delle quote.
A sostegno di queste misure sono state richiamate la sovraccapacità produttiva globale, la concorrenza dei prodotti a basso costo e le differenze nelle condizioni in cui operano i produttori europei e quelli esteri. Se si guarda oltre queste motivazioni immediate, emerge un cambiamento più generale: il ritorno della politica industriale in un settore strategico per l’Europa. È il segnale che la questione non è più soltanto dove costi meno produrre acciaio, ma da chi l’Europa possa permettersi di dipendere, in quale misura e con quali alternative. Conservare una capacità siderurgica non significa perseguire l’autosufficienza, ma mantenere la possibilità di governare queste dipendenze quando i flussi si interrompono o le forniture vengono meno.
Per Veneto e Friuli-Venezia Giulia non è una questione astratta. Nel 2024 il comparto metallurgico contava nelle due regioni 202 imprese e quasi 18.800 dipendenti. Si tratta di quasi un quinto dell’occupazione nazionale del settore,
La competizione globale, tuttavia, non riguarda soltanto i prezzi. Riguarda anche le regole ambientali che contribuiscono a determinarli. Su questo piano interviene il CBAM, acronimo di Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere che si applica ad alcuni beni ad alta intensità di emissioni, tra cui ferro e acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno.
Il CBAM serve a contrastare il carbon leakage: il rischio che il prezzo del carbonio applicato nell’Unione spinga la produzione verso Paesi con regole meno stringenti o favorisca la sostituzione dei beni europei con importazioni a maggiore intensità di carbonio. L’obiettivo è condivisibile: evitare che le politiche climatiche europee penalizzino le imprese che devono rispettarle e incentivare produzioni meno emissive anche fuori dall’Unione.
Il punto, quindi, non è mettere in discussione la finalità del CBAM, ma il modo in cui viene perseguita. Gli adempimenti richiesti comprendono il calcolo delle emissioni, la raccolta dei dati presso i fornitori, le dichiarazioni e la tracciabilità. Una grande impresa può gestirli, pur sostenendo costi significativi. Per una PMI rischiano invece di trasformarsi in un carico amministrativo sproporzionato. Una piccola impresa che importa semilavorati o componenti in acciaio può trovarsi a dover ottenere dal produttore estero i dati sulle emissioni e la relativa documentazione, gestire le procedure doganali e modificare i propri processi interni senza disporre di strutture dedicate. La responsabilità della dichiarazione rimane inoltre in capo all’importatore, anche quando le informazioni provengono dal fornitore.
È qui che torna attuale il principio “Think Small First”. La Commissione europea lo collocò nel 2008 al centro dello Small Business Act for Europe, il quadro comune adottato nell’ambito della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Pur costituendo la quasi totalità delle imprese europee, le PMI erano spesso sottoposte agli stessi adempimenti previsti per le grandi società. Il principio chiede alle istituzioni europee e nazionali di valutare gli effetti sulle PMI fin dalle prime fasi di elaborazione delle politiche. Non significa sottrarle agli obiettivi comuni, ma evitare che regole costruite sulla struttura organizzativa delle grandi imprese generino costi sproporzionati per chi non dispone delle medesime economie di scala, competenze interne e capacità amministrative.
Per ridurre il peso amministrativo del CBAM sulle importazioni di acciaio, l’Unione europea ha introdotto una soglia di esenzione di 50 tonnellate annue per importatore. Secondo le stime europee, la misura esclude dagli obblighi circa il 90% degli importatori, soprattutto PMI e persone fisiche, lasciando però coperto il 99% delle emissioni incorporate nelle importazioni interessate. È un esempio concreto di come il principio “Think Small First” possa tradursi in una semplificazione selettiva, capace di alleggerire gli adempimenti senza ridurre in misura significativa l’efficacia ambientale dello strumento.
Il caso del CBAM offre quindi una lezione per il futuro: l’impatto sulle PMI dovrebbe essere valutato fin dall’inizio della progettazione delle regole, non affrontato soltanto in seguito attraverso interventi correttivi. Con l’evoluzione del CBAM e l’arrivo di nuove misure di politica industriale, occorrerà considerare non solo quali settori proteggere, ma anche come distribuire costi e adempimenti lungo la filiera. Proteggere la siderurgia senza indebolire le imprese che utilizzano e trasformano l’acciaio sarà uno dei criteri con cui misurare l’efficacia delle prossime scelte europee.
Articolo apparso sui quotidiani del gruppo NEM il 07/09/2026