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Produzioni locali oltreconfine? È impopolare ma fa bene a tutti

La crisi ha fatto emergere sentimenti negativi verso la globalizzazione. Diverse analisi evidenziano come il sostegno verso istanze protezioniste e una maggior chiusura dell’economia si concentri nelle aree maggiormente colpite da fenomeni di deindustrializzazione o specializzate nei settori produttivi più esposti alla concorrenza internazionale

Condividi Pubblicato il 22 mar 2019

Dopo la crisi del 2008 l’opinione dei cittadini nei confronti della globalizzazione è cambiata. I dati rilevati ad ottobre 2008 evidenziavano che solamente il 5,8% dei cittadini del Nord Est riteneva che il trasferimento delle aziende (o di parte di esse) all’estero fosse vantaggioso per le imprese stesse e per l’economia della regione. Il 58,1% sosteneva, invece, che le imprese ne avrebbero tratto vantaggio ma che sarebbe stato rischioso per lo sviluppo economico regionale e il 36,1% era invece convinto che fosse un fatto solamente negativo. Va sottolineato che il termine delocalizzazione (una delle varie forme in cui i processi di internazionalizzazione si possono realizzare) non ha mai goduto di buona considerazione nell’opinione pubblica ma anche che mai, prima della crisi, i giudizi erano stati così negativi. A fronte di questi dati sulla percezione degli effetti della globalizzazione, l’analisi economica ha evidenziato che nei territori nei quali sono insediate le imprese che decidono di spostare la produzione all’estero si possono riscontrare una serie di ricadute positive. La riduzione della domanda di lavoro meno qualificato (mansioni che vengono delocalizzate) si accompagna spesso all’aumento di quella di figure professionali che hanno competenze legate, ad esempio, alla logistica, al marketing, al design. Le delocalizzazioni producono anche un “up-grading” della produzione locale che si concentra, infatti, su prodotti di alta gamma.

L’economia chiusa

Ma allora perché la crisi ha fatto emergere sentimenti così negativi verso la globalizzazione? Sono ormai diverse le analisi condotte a livello internazionale che evidenziano come il sostegno verso istanze protezioniste e più in generale verso una maggior chiusura dell’economia si concentri nelle aree maggiormente colpite da fenomeni di de-industrializzazione o specializzate nei settori produttivi più esposti alla concorrenza internazionale, soprattutto da quella proveniente dai paesi a basso costo. Una dinamica confermata dall’analisi sul voto per le presidenziali negli Stati Uniti, sul voto in Germania e su quello relativo al referendum sulla Brexit. A livello internazionale si parla ormai esplicitamente di una “geografia del malcontento” intendendo, con questo termine, quelle aree che spesso hanno vissuto processi intensi di de-industrializzazione in cui si concentrano i cittadini che sentendosi emarginati, “lasciati indietro” o addirittura danneggiati dalla globalizzazione esprimono, attraverso il voto, il proprio dissenso, orientandosi verso partiti che promettono una maggior protezione. Quello che l’analisi economica ha probabilmente sottovalutato è l’intensità e la velocità del fenomeno delocalizzazione e l’impatto che questo ha prodotto sui cittadini, non solo sul piano economico. Per capire meglio il fenomeno basta citare un dato: nel 1990 i paesi del G7 generavano il 65% della produzione manifatturiera mondiale, vent’anni dopo, nel 2010, la quota era scesa di quasi venti punti percentuali a 47%. Va sottolineato anche che le politiche che normalmente vengono adottate per accompagnare i lavoratori espulsi dai settori che più intensamente hanno vissuto processi di delocalizzazione si sono rilevate meno efficaci di quanto si sperasse anche a causa di fattori quali l’invecchiamento della popolazione (e della forza lavoro) e il cambiamento tecnologico in atto (quarta rivoluzione industriale), tutti elementi che richiedono una revisione importante dei modelli di riorientamento delle competenze dei lavoratori. A questo si deve aggiungere che la globalizzazione ha prodotto una distribuzione della ricchezza e delle opportunità che ha favorito principalmente i centri urbani di carattere metropolitano sfavorendo le aree periferiche. Anche questo ha prodotto un senso di ingiustizia nei cittadini che ha alimentato la sensazione di essere “lasciati indietro” dalla globalizzazione.

Strategie localizzative

Anche gli scenari internazionali in cui si collocano le strategie localizzative delle imprese stanno, però, profondamente mutando. Negli anni ’90 la diffusione dell’ICT ha permesso di rendere molto più semplice, meno costoso ed efficace il coordinamento di attività produttive localizzate in altri paesi (proviamo a immaginare la difficoltà nel coordinare una filiale all’estero quando si potevano utilizzare solamente il telefono o il fax!). Altri fattori, come l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno favorito la nascita delle catene globali del valore: una nuova forma di organizzazione della produzione che prevede una parcellizzazione dei processi produttivi (non si scambiano più prodotti finiti ma beni intermedi) e una “dispersione” delle fasi produttive a livello internazionale. Una parte delle delocalizzazioni delle imprese del Nord Est, soprattutto in settori come la metalmeccanica e la gomma plastica, è stata motivata dalla necessità di seguire all’estero le imprese al vertice di queste catene. Negli ultimi anni le catene globali del valore sono diventate meno efficienti a causa dell’aumento dei costi di trasporto, della riduzione del differenziale tra il costo del lavoro tra paesi a basso costo e quelli ad alto costo del lavoro, della scarsa flessibilità che le caratterizza (si pensi ai tempi di trasporto ma anche all’esplosione delle scorte) e della difficoltà a mantenere il controllo sulla proprietà intellettuale e sui processi di innovazione (perdendo il controllo diretto dei processi produttivi molte imprese hanno ridotto la propria capacità di innovare).

Nuove tecnologie

Ma ci sono altri elementi che mutano il contesto. Oggi nuove tecnologie permettono di rendere efficienti anche impianti di piccole dimensioni e quindi di aumentare la vicinanza ai mercati permettendo alle imprese di concentrarsi sul servizio sia in termini di velocità di risposta che di capacità di soddisfare nuovi stili di consumo che prediligono sempre più la sostenibilità e la personalizzazione dei prodotti.

Le catene globali del valore si stanno quindi “regionalizzando” e la manifattura si concentra in tre grandi aree: Nord America, Europa e Sud Est asiatico. Si afferma, quindi, una nuova geografia dell’economia globale che porterà a un intensificarsi delle delocalizzazioni (chi non è ancora presente in una delle tre aree dovrà attrezzarsi per esserci) ma anche a fenomeni di reshoring (il ritorno da parte di imprese che avevano delocalizzato) che interesserà, in primo luogo, USA e Europa. In questo nuovo contesto le imprese del Nord Est che vorranno accettare la sfida dell’internazionalizzazione dovranno intensificare la propria presenza all’estero. Il Nord Est potrebbe provare, grazie alla propria capacità manifatturiera, a intercettare almeno una parte dei flussi di reshoring diretti verso l’Europa. Una strategia che passa attraverso la costruzione di ecosistemi aperti che devono risultare interessanti per le imprese che decidono di tornare e che non può che vedere impegnate istituzioni, Università, mondo della formazione e le associazioni di rappresentanza.

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