Home / Idee / Proteggere non basta: sfida industriale per l’Europa
Idee

Proteggere non basta: sfida industriale per l’Europa

Condividi Pubblicato il 9 giu 2026

Articolo originale pubblicato sui quotidiani del gruppo NEM

L’acciaio è tornato al centro della politica industriale europea perché è un prodotto strategico, esposto alla sovraccapacità produttiva globale e decisivo per molte filiere industriali. Ma il caso è interessante anche per un’altra ragione: permette di osservare come sta cambiando il rapporto tra commercio, sicurezza economica e competizione internazionale.

Partiamo dai fatti. L’Unione europea ha deciso di ridurre le quote di importazione esenti da dazi e di aumentare il dazio sull’acciaio importato oltre quelle quote. Ha inoltre rafforzato le regole di tracciabilità, introducendo il principio del “fuso e colato” per individuare con maggiore precisione l’origine effettiva dei prodotti siderurgici. L’obiettivo è evitare che il mercato europeo diventi lo sbocco naturale della sovraccapacità produttiva globale.

Ma sarebbe riduttivo leggere le nuove misure europee sull’acciaio solamente come una risposta a un problema del settore siderurgico. Sono il segnale di un cambiamento più profondo. L’Europa sta prendendo atto che la globalizzazione degli ultimi trent’anni, fondata sull’apertura dei mercati e sull’efficienza delle catene globali del valore, non descrive il mondo in cui oggi si muovono imprese e Stati.

Non perché il commercio internazionale sia scomparso o perché le catene globali del valore si siano dissolte, ma perché il quadro di regole, aspettative e convenienze che le teneva insieme si è indebolito.

Non siamo di fronte alla scomparsa della globalizzazione, ma all’esaurimento della forma che l’ha caratterizzata negli ultimi trent’anni, fondata su apertura dei mercati, regole comuni ed efficienza delle filiere.

È qui che torna utile una distinzione proposta da Mark Leonard nel suo ultimo saggio Surviving Chaos: quella tra disordine e “non-ordine”. Il disordine appartiene ancora a un mondo nel quale le regole esistono e sono riconosciute, anche se qualcuno le viola. Il non-ordine, invece, descrive una fase più profonda: le norme e le istituzioni restano formalmente in piedi, ma non producono più un terreno comune di regole, interessi e comportamenti. Non è soltanto una crisi delle regole; è una crisi del codice condiviso che rendeva quelle regole efficaci.

Il nuovo contesto è quindi diverso dal passato per almeno due ragioni. La prima è che il potere ordinatore del sistema multilaterale si è ridotto: la sua capacità di rendere prevedibili i comportamenti degli attori e di contenere le tensioni è più debole. La seconda è che le relazioni economiche non possono più essere lette soltanto attraverso la lente dell’efficienza e della convenienza, in quanto sempre più intrecciate con sicurezza, tecnologia, energia, materie prime e controllo delle dipendenze.

Da questo punto di vista acciaio, energia, tecnologie, materie prime critiche, semiconduttori e difesa appartengono ormai allo stesso campo strategico. La sicurezza degli approvvigionamenti è tornata centrale. Le imprese non devono più chiedersi soltanto dove produrre o acquistare al costo più basso, ma da chi dipendono, quanto sono esposte e quali rischi strategici incorporano nelle proprie filiere.

In questo scenario il rapporto tra Europa e Cina diventa centrale. È un errore pensare che Pechino stia lasciando la manifattura tradizionale per concentrarsi solo sui settori del futuro. La strategia cinese è più ampia: punta a rafforzare l’intero sistema industriale, dai settori tradizionali alle tecnologie di frontiera, presidiando non solo i prodotti finali, ma anche materie prime, componenti, macchinari, tecnologie di processo e servizi industriali.

Per questo la risposta europea non può esaurirsi nei dazi. Gli strumenti commerciali servono quando esistono dumping, sussidi distorsivi e concorrenza non equa, ma una politica solo difensiva rischia di proteggere l’esistente senza costruire il futuro.

La questione decisiva è scegliere quali capacità produttive l’Europa vuole continuare a presidiare. Per l’Italia significa concentrare risorse sui nodi in cui può avere un ruolo nel prossimo ciclo industriale e ridurre le dipendenze più vulnerabili.

In un mondo caratterizzato dal “non-ordine”, la sovranità industriale non significa produrre tutto in casa, ma presidiare le capacità senza le quali le filiere non funzionano.

Il caso dell’acciaio mostra insieme il ritorno e il limite della nuova politica industriale europea: proteggere settori strategici può essere necessario, ma non basta a preparare il prossimo ciclo industriale. La competizione cinese non si vince solo con i dazi. Si vince decidendo in quali tecnologie, filiere e competenze l’Europa e l’Italia vogliono ancora contare.

La nuova politica industriale europea sarà efficace solo se userà la protezione non come punto d’arrivo, ma come strumento per guadagnare il tempo che serve per costruire capacità future.

Altre idee

Continua a leggere.

Tutti gli articoli
Giovani e Attrattività

Giovani laureati, il saldo positivo non basta

I nuovi dati ISTAT sulle migrazioni della popolazione residente mettono a disposizione un’informazione che finora mancava e consentono di considerare, accanto alle…

26 ago 2026·Gianluca Toschi · Giulio Buciuni
Idee

L’impresa ai tempi dell’AI

Una recente intervista di «Der Spiegel» a Yuval Noah Harari sull’intelligenza artificiale offre uno spunto interessante per riflettere non tanto su quello…

13 ago 2026·Alberto Baban