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Reti innovative di impresa 1/2

Nell’ultimo biennio nel Veneto si sono costituite 15 Reti Innovative Regionali (o cluster), aggregazioni che vedono la presenza di imprese e centri di ricerca e che si pongono l’obiettivo di medio termine di sviluppare una progettualità sulla ricerca e innovazione condivisa.

Condividi Pubblicato il 29 nov 2018

La nascita delle RIR e la collaborazione tra imprese e centri di ricerca costituisce per questa regione una novità assolutamente significativa e un fenomeno da monitorare con attenzione. Non si deve dimenticare infatti da dove si è partiti.

I LIMITI DEL SISTEMA VENETO
Il Veneto – pur essendo la regione con un tasso di imprenditorialità tra i più elevati al mondo e con numerose aziende eccellenti, in particolar modo nell’ambito manifatturiero, presenta statistiche in materia di ricerca e innovazione non confortanti.
In base agli ultimi dati ISTAT disponibili, il rapporto investimenti in ricerca e sviluppo sul Pil è poco superiore all’1%, lontanissimo dall’oltre 4% del Baden Wuerttenberg, ma inferiore anche al tasso delle regioni italiane più sviluppate (Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia). La nostra regione è nelle posizioni di retrovia anche per quanto riguarda l’accesso ai grandi programmi di investimento finanziati dalla UE, in primis Horizon 2020.

LE RAGIONI STRUTTURALI
A questa performance negativa concorrono numerosi fattori. Va anzitutto considerato che il modello di sviluppo regionale ha visto la nascita e la crescita di numerosissime imprese che – oltre al “limite” della dimensione – si sono caratterizzate per l’adozione di modelli di business tipicamente B2B.
Molto spesso quindi, l’innovazione e lo sviluppo di queste realtà sono stati indotti soprattutto dal o dai grandi clienti di riferimento, seguendo i quali sono state in grado con visione, creatività e flessibilità di adattare e modificare il proprio business.
La profonda e a volte unica conoscenza del prodotto che contraddistingue queste imprese, ha consentito loro di apportare sul prodotto e sul processo modifiche e miglioramenti incrementali e continui, ma raramente si è riscontrata la presenza di investimenti esterni in ricerca e innovazione, frutto di un rapporto di partnership continuativo con i centri della conoscenza.
Va detto che stiamo assistendo a una evidente evoluzione di questo modello: sono molti i casi di aziende che – pur collocate in ambito B2B – “ragionano” come fossero aziende B2C. La progettazione dei nuovi prodotti cerca di guardare sempre più al mercato finale, andando oltre le richieste dei clienti. Questa tensione a uscire dalla supply chain ha reso molte di queste aziende modelli di successo, in grado di porsi nei confronti di clienti anche di grandi dimensioni quali partners piuttosto che fornitori.

LE CRITICITÀ DEL SISTEMA DELL’INNOVAZIONE
Pur essendovi numerose eccellenze in ambito accademico, non vi sono “scuole”, sistemi strutturati di conoscenza paragonabili in termini organizzativi ai Politecnici di Milano e Torino.
Anche se sono in essere molte collaborazioni tra aziende e università, queste appaiono più legate alle competenze del singolo docente che a un rapporto continuativo con i Dipartimenti universitari.
Sono inoltre da considerarsi fallimentari le esperienze di Parchi Scientifici e altri soggetti pubblici che avrebbero dovuto facilitare il processo di trasferimento della conoscenza ma che di fatto non hanno conseguito un impatto significativo, con (purtroppo) un notevole dispendio di risorse pubbliche.

LE POLICY IN VENETO
Per superare questa evidente e complessiva frammentazione del sistema, Confindustria Veneto – d’intesa con la Regione Veneto e la Fondazione Univeneto, che unisce i 4 Atenei della regione – ha sin dal 2014 operato per formulare una nuova strategia di politica industriale, volta a favorire processi di concentrazione e sinergia tra le imprese e tra queste e i centri della conoscenza.
Questa azione è stata certamente favorita anche dalla programmazione comunitaria 2014-2020 in materia di ricerca e innovazione, che ha richiesto la concentrazione delle risorse esclusivamente su alcune specializzazioni intelligenti individuate dalle regioni. E anche dalla Regione stessa, che ha previsto il sostegno ai progetti di innovazione presentati da imprese esclusivamente in forma aggregata.

Tra le forme aggregative riconosciute dalla Regione Veneto, sono particolarmente interessanti e ricche di prospettive le reti innovative regionali (RIR): si tratta di fatto di cluster, in cui sono presenti sia imprese organizzate in filiere che centri della conoscenza, in particolare i Dipartimenti delle Università del Veneto.
La concentrazione degli interventi, sia nei contenuti che nei soggetti beneficiari ha costituito quindi il presupposto fondamentale per la realizzazione di una politica industriale “dal basso”, guidata da aggregati di imprese e centri della conoscenza, con il supporto e la regia della Regione e dei principali stakeholders regionali: un’azione – finalmente – sistemica.

È interessante uno sguardo al processo che ha portato alla costituzione dei cluster regionali.

Dopo l’individuazione dei 4 ambiti di specializzazione intelligente da parte della Regione Veneto (Smart Manufacturing, Creative Industries, Smart Agrifood, Sustainable Living), è stato avviato un “percorso di scoperta imprenditoriale”, richiesto dalla UE alla Regione Veneto, al fine di declinare e specificare le traiettorie tecnologiche che fanno parte della strategia di Smart Specialization regionale. Sono state coinvolte centinaia di imprese, al fine di far emergere una progettualità concreta e innovativa oggetto poi di finanziamento nei bandi regionali.

Al tempo stesso le aziende, in base anche alle esigenze espresse, sono state guidate verso l’adesione alle reti innovative regionali.

In questo processo, il ruolo del sistema Confindustria è stato fondamentale. Le Associazioni hanno individuato un primo nucleo locale di aziende, formulato un iniziale programma di intervento, coinvolto le aziende di altre province e i Dipartimenti Universitari che potevano fornire un reale valore aggiunto a queste aggregazioni.

In collaborazione con la Fondazione Univeneto sono stati creati i consorzi di gestione dei cluster che si sono costituiti e che – vedendo tra i soci la presenza di Confindustria e della Fondazione stessa – presentano una governance pubblico-privata di grande significato e prospettiva. Il risultato raggiunto è assolutamente significativo e del tutto nuovo per il Veneto:

LA FASE ATTUATIVA
Con l’inizio del 2018, si è passati alla fase attuativa di questa strategia.
Il primo bando della Regione Veneto ha fatto registrare da parte dei Cluster regionali una richiesta di contributi per 40 milioni di euro a fronte di 80 milioni di investimenti. I progetti coinvolgono mediamente oltre 10 imprese e sempre più di un Dipartimento Universitario.

Non è solo il risultato numerico a impressionare, ma anche la qualità molto elevata delle progettualità – così come ha riferito il Comitato di Valutazione – e inoltre anche il fatto che molti progetti sono stati presentati congiuntamente da più cluster, favorendo quindi una ibridazione di conoscenze e tecnologie su più settori.

I progetti ora sono in fase di realizzazione e pertanto non si è ancora in grado di esprimere valutazioni sugli output raggiunti.
Ma nel frattempo è stata avviata una ulteriore azione di sistema, che coordinata dalla Regione Veneto in collaborazione con Confindustria Veneto e Fondazione Univeneto. L’obiettivo è quello di candidare i cluster del Veneto a far parte dei cluster tecnologici nazionali e europei.

Si tratta di un’ulteriore e ambiziosa sfida: dopo molti anni di scelte errate che hanno portato il Veneto a una posizione marginale a livello nazionale e europeo, questa forse è una occasione unica per fare realmente sistema e rappresentare fuori dai confini regionali le eccellenze imprenditoriali e universitarie del Veneto.

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