
Più della metà (56,9%) delle imprese manifatturiere del Nord Italia racconta il proprio impegno per la sostenibilità nel proprio sito web. È quanto emerge da una ricerca che Fondazione Nord Est ha condotto per Proetica, l’associazione fondata nel 2004 da Unindustria Treviso (oggi Confindustria Veneto Est) e dall’Ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili di Treviso al fine di promuove la cultura della responsabilità sociale d’impresa nel territorio.
La ricerca è stata condotta con una tecnica di indagine innovativa che ha permesso di raccogliere le informazioni direttamente dai siti web delle imprese attraverso strumenti di web scraping per poi essere analizzate con tecniche di text mining e machine learning. Utilizzare queste metodologie permette di analizzare un gran numero di imprese, senza alcun carico statistico per queste ultime. Per questa ricerca sono stati considerati i siti web di 18.491 imprese manifatturiere con ricavi superiori a tre milioni di euro e con sede in Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia. L’indagine ha raccolto informazioni sull’83,1% delle società di capitali esistenti, un insieme particolarmente significativo e vasto se si pensa che normalmente, un’indagine campionaria su un universo come questo può essere condotta già a partire da un migliaio di interviste.
L’indagine ha permesso di sapere non solamente se le imprese parlino o meno di sostenibilità nel proprio sito ma anche quanto e come ne parlano. Quello che emerge è che sono molto poche (l’1,2%) le imprese che si limitano a parlare genericamente di sostenibilità nel proprio sito, utilizzando concetti vaghi e richiami generici. Nel 48,7% dei siti si racconta, infatti, esplicitamente di sostenibilità ambientale e nel 24,8% di sostenibilità sociale.
La ricerca si è focalizzata proprio su questo secondo ambito. Quali imprese parlano di sostenibilità sociale? Quelle di dimensione maggiore: tra quelle sopra i 50 milioni di euro di fatturato la percentuale arriva al 49%, tra 10 e 50 milioni scende al 31,8%, tra i 3 e i 10 al 16,6%.
Le analisi effettuate permettono non solamente di sapere se un’impresa ha deciso di parlare di sostenibilità nel proprio sito ma anche con che intensità lo fa. E qui emerge un altro dato interessante: le imprese di dimensioni maggiori sono quelle che parlano con maggior intensità, seguono le medie e quelle sotto i 10 milioni, ma la distanza dell’intensità tra gli ultimi due gruppi è davvero minima. In altre parole, se è vero che la quota di imprese più piccole che parlano di sostenibilità sociale è minore, quando decidono di farlo adoperano la stessa intensità delle medie imprese.

Passando ai settori, le imprese maggiormente “sensibili” al tema della sostenibilità sociale sono quelle che operano nella produzione di coke e raffinazione del petrolio (54,5%), di prodotti farmaceutici (43,5%) e di carta e prodotti in carta (37,2%).
Tra le regioni risulta in testa il Friuli-Venezia Giulia (30% delle imprese con sede in quella regione ha siti in cui si parla di sostenibilità sociale), seguito dal Trentino-Alto Adige (25,1%). Se si guarda all’intensità la classifica delle regioni viene ribaltata, al primo posto c’è il Veneto seguito dalla Lombardia.

Come si parla di sostenibilità sociale? Nei siti web le parole più utilizzate fanno riferimento all’etica e alla responsabilità sociale, seguono poi i richiami ai diritti umani, alla salute dei lavoratori, al benessere delle persone e alle pari opportunità. Andando più nel dettaglio è possibile ricostruire cluster di imprese che utilizzano linguaggi simili. Le analisi mettono in evidenza l’esistenza di quattro grandi gruppi, il primo è composto da imprese che utilizzano un linguaggio che mescola termini tecnici come whistleblowing (la segnalazione di illeciti), CSR (Corporatre Social Responsability), e anticorruzione, a termini più comuni come responsabilità sociale e benessere delle persone. In questo gruppo si collocano imprese che si caratterizzano per comunicare con grande intensità il tema della sostenibilità con un registro che sembra avere come target il regolatore ma anche i possibili nuovi lavoratori.

Il secondo gruppo sceglie di utilizzare un linguaggio che declina la responsabilità sociale nei temi del lavoro e dei lavoratori, utilizzando termini come “pari opportunità”, “parità di genere”, “salute dei lavoratori”, “benessere dei lavoratori” e “sicurezza dei lavoratori”. L’intensità con cui si parla di sostenibilità in tali siti appare medio bassa e il target è quello dei possibili nuovi lavoratori. Il terzo gruppo di imprese ha scelto di focalizzarsi su temi quali il “benessere delle persone” e i “diritti umani”; in questo caso l’intensità con cui si parla di sostenibilità è medio alta e la comunicazione appare diretta ai clienti. Nel quarto cluster si utilizzano termini come Etico, “responsabilità sociale” e “codice etico”: il linguaggio rimanda ad una trattazione meno specifica della sostenibilità sociale e l’intensità con cui si cita il tema è medio bassa. In questo caso il target appare poco definito rispetto agli altri raggruppamenti.
Se vogliamo tirare le fila, possiamo concludere che la responsabilità sociale è iniziata a entrare in modo più esplicito nel modo in cui le imprese raccontano sé stesse. È probabile che ci sia uno scarto tra il dire e il fare, questa volta a favore di quest’ultimo, nel senso che le imprese italiane non sono molto abituate a raccontarsi e usano ancora poco il web rispetto alle concorrenti estere. Ma questa è un’altra storia.
Articolo apparso su Il Sole 24 Ore del 11 maggio 2023