
Una delle storie di startup italiane più interessanti degli ultimi anni prende forma nel Nord Est. Depop nasce nel 2011 a Roncade (Treviso), all’interno dell’incubatore H-Farm, e in pochi anni cresce fino a diventare una piattaforma globale di social commerce, capace di attrarre milioni di utenti nel mondo. Nel 2021 Depop entra a far parte del gruppo Etsy attraverso un’operazione da circa 1,6 miliardi di dollari, tra le più rilevanti mai registrate per una startup italiana. Una valutazione che la colloca nella ristretta categoria degli “unicorni”, termine con cui si indicano le startup non quotate che raggiungono o superano il miliardo di dollari: imprese rarissime, considerando che meno dello 0,1% delle startup arriva a superare questa soglia. La loro rilevanza va oltre la dimensione simbolica, rappresentano un indicatore sintetico dello stato di salute di un ecosistema imprenditoriale: emergono dove esistono capitale umano altamente qualificato, capitale di rischio disponibile e infrastrutture in grado di sostenere una crescita rapida e internazionale. Da questo punto di vista, la loro distribuzione geografica è eloquente. In Italia sono tre e hanno tutti sede a Milano. Nel Nord Est non se ne registra alcuno.
Il successo di Depop racconta anche un’altra faccia dell’innovazione nordestina: la difficoltà nell’accompagnare e trattenere sul territorio le fasi più avanzate della crescita. Il trasferimento della sede a Londra già nei primi anni segnala come, nel periodo 2011–2012, l’Italia non fosse ancora in grado di offrire capitale, competenze e relazioni internazionali adeguate a sostenere uno scale-up globale. Il Nord Est ha svolto un ruolo decisivo di avvio e incubazione, però la capitale britannica offriva un contesto più favorevole allo sviluppo rapido del business in termini di know-how e mercato dei capitali. Questa dinamica trova conferma ancora oggi nell’andamento degli investimenti in capitale di rischio. Nel 2024, tutte le regioni del Nord Est hanno raccolto appena 72,9 milioni di euro di investimenti in venture capital, circa tredici volte in meno rispetto ai 948 milioni catalizzati dalla Lombardia. Un confronto che mette in evidenza un notevole ritardo nella capacità di attrarre capitali per l’innovazione.
Se gli unicorni raccontano i casi estremi del successo, i numeri delle startup innovative aiutano a leggere lo stato di salute dell’ecosistema nel suo complesso. Le startup innovative sono società di capitali che, rispettando specifici requisiti, hanno come attività prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico. Secondo i dati del MIMIT, aggiornati al secondo trimestre 2025, l’ultimo disponibile, nel Nord Est se ne contano 1.167: 712 hanno sede in Veneto, 236 in Trentino-Alto Adige e 219 in Friuli-Venezia Giulia. L’Emilia-Romagna presenta un dato superiore a quello di ciascuna delle singole regioni nordestine, con 908 startup innovative, ma il confronto più significativo resta quello con la Lombardia, dove le startup innovative sono 3.389. Si tratta in prevalenza di aziende attive nei servizi alle imprese, in ambiti come la ricerca e sviluppo e l’elaborazione dei dati.
La vera sfida, dunque, non è solo quella di “creare unicorni”, ma costruire le condizioni affinché un ecosistema dell’innovazione funzioni nel tempo. In questa direzione si collocano anche le evidenze emerse da una recente analisi dell’OCSE, basata su dati di Francia e Portogallo: a parità di caratteristiche dei lavoratori e delle imprese, le startup tendono a garantire retribuzioni competitive, contratti più stabili e divari salariali di genere più contenuti rispetto alle imprese più mature.
È a partire da questa consapevolezza che la Fondazione Nord Est, nel Manifesto presentato all’evento “Oltre il Nord Est: per un territorio a prova di futuro”, ha indicato come obiettivo strategico lo studio delle startup e dei processi di innovazione, intesi come indicatori anticipatori della trasformazione del sistema produttivo. In un’economia fondata sulla conoscenza, l’innovazione nasce anche nei laboratori universitari, negli spin-off e nei nuovi modelli di business che si innestano nelle filiere esistenti. Per consolidare questo processo occorre investire nel capitale umano, rafforzare i legami tra ricerca e imprese e ridurre il divario nell’accesso al capitale di rischio, valorizzando strumenti capaci di accompagnare la nascita e la crescita delle nuove imprese e costruire, nel tempo, ecosistemi imprenditoriali più maturi e solidi.