Uno delle prime lezioni che affrontano gli studenti che frequentano un corso di Economia Internazionale riguarda gli effetti di un dazio. La prima conclusione alla quale si giunge è netta: un dazio è una tassa sulle importazioni che grava sui consumatori trasferendo risorse da questi ai produttori nazionali, che beneficiano della protezione dalla concorrenza estera. La seconda conclusione è che il dazio diminuisce il benessere a livello mondiale ma anche quello del paese che lo introduce (salvo poche eccezioni).
Nelle lezioni successive gli studenti passeranno il tempo a smontare possibili argomentazioni a favore dei dazi come quella dell’industria nascente (l’idea secondo la quale sia opportuno tutelare industrie nazionali appena formatesi dalle imprese estere già affermate) o come l’idea che attraverso una politica commerciale aggressiva si possa sostenere l’occupazione interna. Scopriranno che esistono strumenti di politica economica decisamente più efficaci per raggiungere tali obiettivi senza scomodare i dazi. Impareranno che l’uso dei dazi espone il paese che li introduce al rischio di ritorsioni da parte dei paesi colpiti, con il pericolo che si possano innescare vere e proprie "guerre commerciali" che danneggiano tutti gli attori coinvolti.
Si sorprenderanno, gli studenti, del fatto che su questi temi gli economisti sono sostanzialmente concordi. Arriveranno poi ad un punto del corso in cui studieranno che l’uso dei dazi è andato via via diminuendo nel tempo grazie al Gatt e poi all’Organizzazione Mondiale del Commercio e che i Paesi hanno utilizzato mezzi più “discreti” per proteggere le proprie industrie come le normative tecniche. Queste, pur avendo la nobile finalità di tutelare salute, sicurezza o ambiente, possono trasformarsi in potenti strumenti di protezione. Si pensi a normative "cucite su misura" per le imprese nazionali, che ostacolano l’ingresso di concorrenti stranieri. Si tratta di barriere commerciali più difficili da individuare rispetto ai dazi, che non puntano direttamente il dito contro un singolo paese, risultando così uno strumento di politica commerciale efficace ma molto più “soft” rispetto ai dazi e per questo molto utilizzato nelle relazioni internazionali.
Arrivati a questo punto del corso gli studenti avranno l’impressione di aver analizzato uno strumento del passato, utile a capire la storia ma non il presente… e invece…Donald Trump è riuscito a riportare in auge uno strumento che sembrava relegato ai margini della politica commerciale. Ma se i dazi hanno tutti i difetti che abbiamo velocemente ricordato (e ne esistono molti altri) come mai Trump li ha riportati al centro della propria politica economica?
Una possibile spiegazione è nell’uso strategico che ne sta facendo. Minacciare l’imposizione di dazi sulle importazioni di un paese potrebbe costringere il paese minacciato a fare delle concessioni. Per sapere se Trump sta bluffando e se la sua strategia risulterà vincente dovremo attendere.
La verità è che stiamo vivendo una fase nuova della globalizzazione, quella del decoupling o disaccoppiamento, un termine che si riferisce al processo di allontanamento e riduzione dell’interdipendenza economica tra due o più nazioni. Alla base di questo fenomeno un aumento delle tensioni politiche a livello internazionale (in particolare tra Stati Uniti e Cina, ma non solo) e una crescente competizione per la leadership tecnologica, due elementi che sono sia cause che effetto del disaccoppiamento. Il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina alimenta il disaccoppiamento. La sfiducia reciproca e la competizione per l’influenza politica spingono i due paesi a cercare una maggiore autonomia economica e una riduzione della dipendenza dall’altro in settori strategici come, ad esempio, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e le telecomunicazioni. Al tempo stesso la competizione per la leadership tecnologica e l’aumento delle tensioni politiche vengono alimentati dal disaccoppiamento: la separazione delle economie e la creazione di blocchi commerciali distinti creano un ambiente in cui la competizione per le risorse, i mercati e le tecnologie si intensifica e la crescente sfiducia e la mancanza di cooperazione tra i paesi rendono più difficile la gestione delle tensioni politiche a livello internazionale e aumentano il rischio di escalation. È un circolo vizioso che rende il disaccoppiamento una sfida particolarmente difficile da affrontare per l’economia (e la politica) internazionale.
Viviamo, quindi, gli anni della interdipendenza selettiva, che altro non è che una forma di adattamento al disaccoppiamento in cui i paesi cercano di bilanciare la necessità di autonomia strategica con la collaborazione in settori chiave con partner affidabili: una strategia articolata in cui si possono utilizzare in maniera poco ortodossa alcuni strumenti del passato, come i dazi, o meglio la minaccia di una loro introduzione per arrivare agli obiettivi prefissati.