Più di un luogo può essere “casa”, ma alle radici serve il tempo di crescere
Io sono rimasta, e ora vi racconto perché.
Sono cresciuta nel Nord Italia, ma sono per metà spagnola. Fin da piccola, quindi, sono stata abituata a viaggiare, a cambiare contesto, ad adattarmi a luoghi e culture diverse. Da sempre l’idea che più di un posto potesse essere “casa” non è mai stata particolarmente strana.
Anche a scuola e in università ho sempre avuto davanti agli occhi la possibilità di andare altrove. Erasmus, esperienze internazionali, master, periodi di studio e lavoro all’estero: erano tutte opzioni concrete, e in qualche modo date per scontate. Quando poi ho iniziato a studiare a Milano, questa sensazione è diventata ancora più forte. Tra i miei coetanei, partire sembrava quasi la cosa ovvia da fare. Se non ci pensavi, eri tu quella strana.
E per molto tempo, in effetti, è stato anche il mio grande desiderio.
Ho fatto tutte le tappe “obbligate” dell’aspirante expat che si rispetti: corsi di inglese all’estero, Erasmus, brevi periodi di formazione-lavoro. Ho conosciuto tante, davvero tante, persone italiane che partivano e straniere che arrivavano in Italia.
Eppure, in quelle conversazioni, c’era qualcosa che non mi convinceva.
“Faccio sei mesi qui, un anno là, poi sicuramente in questo posto non voglio trascorrere più di due anni”. Come se la mappa del mondo fosse una specie di parco giochi in cui potersi spostare a piacimento, scegliendo di volta in volta la città più interessante, il mercato del lavoro più promettente, l’esperienza successiva da aggiungere al curriculum.
Io continuavo a chiedermi: ma come si fa a vivere così?
Come si fa a trovare il tempo di sviluppare un rapporto con una città nuova, con una comunità, con una cultura, con delle abitudini, se si sta già pensando a dove andare dopo?
So che non è così per tutti. E capisco perfettamente anche l’idea di sentirsi a casa in un altro Paese: io stessa sono cresciuta, letteralmente, tra due Paesi diversi. Ma proprio per questo penso che dovremmo stare attenti a trasformare la mobilità internazionale in una specie di modello universale univoco di successo.
Il successo non è per forza partire, ma trovare il proprio fuoco
Non nego di aver imparato moltissimo nei miei periodi all’estero. Ho ampliato i miei orizzonti, conosciuto persone e modi di vivere diversi, capito meglio molte cose di me e del mondo che mi circonda.
Ma il fuoco non mi si è acceso lì, mi si è acceso mentre costruivo qualcosa in Italia, e già solo sentire questo fuoco, per me è un successo e sono sicura di non essere l’unica.
Oggi lavoro in una delle realtà più importanti del panorama new media italiano. Racconto questo Paese ogni giorno, lo osservo così da vicino che a volte, lo ammetto, mi scoraggio. Eppure sono ancora qui.
Non perché non avessi mai guardato con curiosità alle città europee dove un giovane qualificato può trovare stipendi più alti, servizi più efficienti o carriere più veloci. E nemmeno perché non avessi possibilità concrete di partire.
Ho studiato in una delle università italiane più prestigiose e riconosciute all’estero. Avrei potuto costruire il mio percorso professionale fuori dall’Italia. Ma sono rimasta perché, a un certo punto, ho deciso che anche restare poteva essere una scelta.
Non una scelta nostalgica. Non il rifugio di chi non ha avuto il coraggio di partire. Una scelta economica, professionale, personale. E forse anche politica, nel senso più semplice del termine: decidere che il luogo in cui si vive non è soltanto lo sfondo della propria vita, ma una parte del suo progetto.
Restare, però, ha un costo.
Ho rinunciato a qualcosa. A stipendi potenzialmente più alti, a esperienze professionali che avrei potuto fare altrove, forse a una traiettoria di carriera più semplice. Ho scelto invece di investire tempo, energie e competenze in un Paese che ogni giorno mi costringe a confrontarmi con problemi che non sono certo piccoli.
Ma ho anche guadagnato qualcosa: la possibilità di costruire relazioni profonde, di lavorare in un ecosistema professionale che sento mio, di contribuire a raccontare il Paese in cui vivo e, soprattutto, la sensazione di non essere semplicemente di passaggio.
Perché mentre continuiamo, giustamente, a preoccuparci dei giovani che se ne vanno, rischiamo di dimenticare quelli che restano.
E sono tanti.
Il racconto della “fuga dei cervelli” (termine ampiamente contestato) è diventato ormai una delle metafore più efficaci per descrivere il nostro Paese. L’Italia forma giovani, li istruisce, sostiene almeno in parte il loro percorso educativo e poi li vede partire verso altri mercati del lavoro. Il fenomeno è reale e i numeri sono difficili da ignorare.
Quella che vi ho raccontato finora è solo la mia storia, ma per capire davvero cosa significa vivere il dilemma tra restare e partire bisogna guardare ai grandi numeri.
Nel 2024 gli espatri degli italiani sono stati 156 mila, il 36,5% in più rispetto all’anno precedente: il dato più alto mai registrato negli anni Duemila. Germania, Spagna e Regno Unito sono state le principali destinazioni. Nel complesso, considerando anche gli stranieri che lasciano il Paese, le emigrazioni hanno sfiorato quota 191 mila.
Nel 2025 il numero è sceso sensibilmente: gli espatri dei cittadini italiani sono stati 109 mila, il 22,7% in meno rispetto al 2024. Ma Istat invita a leggere il dato con cautela: il 2024 aveva registrato un numero eccezionalmente elevato di iscrizioni all’AIRE, anche per effetto di nuove norme, e una parte dello “shock” si è quindi riversata nel confronto annuale.
E non è tutto, tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso, nel saldo con l’estero, circa 80 mila giovani italiani laureati tra i 25 e i 34 anni: circa 42 mila nel Nord, 13 mila nel Centro e 25 mila nel Mezzogiorno. Ma contemporaneamente il Centro-Nord ha attirato dal Mezzogiorno circa 107 mila giovani laureati: 95 mila verso il Nord e 12 mila verso il Centro.
Questo ci dice che non esiste soltanto una fuga dall’Italia. Esiste anche una fuga dentro l’Italia. È un movimento meno spettacolare di un volo Ryanair verso Berlino, ma economicamente e demograficamente altrettanto importante.
Nel 2024 il Mezzogiorno ha avuto un saldo migratorio interno negativo di circa 52 mila persone. Oltre 401 mila persone hanno lasciato un Comune meridionale per trasferirsi in un altro Comune italiano, mentre gli ingressi si sono fermati a circa 349 mila. Nello stesso anno il Nord ha registrato un saldo migratorio interno positivo di circa 47 mila persone.
Quindi sì: i giovani italiani partono, e non è soltanto una questione demografica. È una questione produttiva.
Un territorio che perde giovani perde contemporaneamente consumatori, lavoratori, genitori potenziali, imprenditori, competenze, relazioni. Perde soprattutto la possibilità di costruire il futuro con una popolazione che abbia ancora abbastanza anni davanti per immaginarlo.
E qui arriva la parte meno raccontata della storia: quella di chi rimane.
Non si può chiedere ai giovani di restare per semplice senso del dovere
Restare, oggi, non significa necessariamente rinunciare. Significa però chiedersi che cosa deve offrire un territorio perché rimanere sia una possibilità reale e non una prova di resistenza.
Non basta dire ai giovani: “Restate”. Bisogna dare loro una ragione.
Anche perché sarebbe difficile chiedere a una generazione di restare semplicemente per senso del dovere. I giovani italiani hanno ragione quando guardano oltre confine.
L’Italia continua ad avere un problema di transizione dalla formazione al lavoro: nel 2024 il tasso di occupazione dei giovani tra 20 e 34 anni era dell’81,4% nel Nord, del 74,9% nel Centro e appena del 54% nel Mezzogiorno. Tra i laureati il divario si riduce, ma resta significativo: 88,7% nel Nord, 82,3% nel Centro e 70,7% nel Mezzogiorno.
Il punto è che dovremmo smettere di pensare alla mobilità come a una partita giocata tra “partire” e “restare”.
La vita professionale contemporanea sarà sempre più mobile. È normale che un giovane italiano studi a Parigi, faccia un master a Londra, lavori per qualche anno a Berlino e poi torni a Roma. O che faccia esattamente il percorso opposto.
Il vero problema nasce quando il movimento ha una sola direzione. Quando partire è temporaneo solo sulla carta e diventa permanente perché tornare non conviene. Quando un territorio non riesce più a offrire una scuola, un ospedale, un collegamento ferroviario, un lavoro qualificato, una casa accessibile, un asilo nido, uno spazio per fare impresa. Quando il giovane che vorrebbe restare deve scegliere tra la propria comunità e il proprio futuro.
È qui che la questione dei cervelli diventa una questione di territori. E forse anche la prospettiva dovrebbe essere ribaltata. Non chiediamoci soltanto come impedire ai giovani di partire. Chiediamoci perché alcuni luoghi riescono a trattenerli e altri no.
Quali infrastrutture servono? Quali servizi? Quali scuole? Quale connessione digitale? Quale trasporto pubblico? Quale accesso alla casa? Quale welfare? Quali incentivi per le imprese? Quale capacità delle università di dialogare con il tessuto produttivo? Quale possibilità di lavorare bene senza vivere necessariamente in una grande città?
Sono domande molto meno romantiche di quelle che siamo abituate a porci.
Ma sono quelle che possono trasformare una narrazione di perdita in una strategia di sviluppo. Perché l’Italia non ha bisogno soltanto di convincere i suoi figli a non partire. Ha bisogno di costruire luoghi nei quali valga la pena restare.
E allora perché sei rimasta?
Ottima domanda!
Io sono rimasta perché penso che non tutto sia perduto e l’Italia abbia ancora molto da dare, non solo a me, ma a tutte le persone che decidono di restare o di tornare. Però ecco… Non ci si può affidare all’inguaribile ottimismo di pochi per risolvere il problema della fuga di capitale umano da questo Paese.
Non penso che la mia storia sia migliore di quella di chi è partito, anzi! Non credo che l’Italia debba diventare una gabbia e non penso che il futuro si costruisca chiudendo le frontiere o chiedendo ai giovani di sacrificare le proprie opportunità per salvare la demografia nazionale.
Penso il contrario: un Paese sano deve permettere ai propri cittadini di partire, ma deve anche permettere loro di tornare. E, soprattutto, deve permettere a chi vuole restare di non sentirsi un’eccezione.
Il racconto della fuga dal Paese è dunque vero, ma incompleto. Ci sono quelli che partono. Ci sono quelli che tornano. Ci sono quelli che si spostano dal Sud al Nord. E poi ci sono quelli che rimangono.
Forse è arrivato il momento di cominciare a raccontare anche loro, per ricordarci che restare è già una scelta. La vera sfida è fare in modo che possa diventare, per sempre più persone, una scelta possibile.
