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Verso il 2030: tra diseguaglianze di genere e bisogno di competenze

Condividi Pubblicato il 17 feb 2024

Il 2030, quando dovremmo raggiungere gli obiettivi di sostenibilità concordati a livello globale nel 2015, è praticamente dietro l’angolo e stiamo ancora parlando di diseguaglianze di genere e di bisogno di competenze STEM.

Dato che parliamo di competenze STEM, mi sono divertiva a giocare con ChatGTP e gli ho chiesto perché nel 2024 stiamo ancora ponendoci il problema della diseguaglianza di genere. La risposta devo dire è stata abbastanza scontata, ma la sintesi finale mi ha fatto riflettere: “la sua persistenza nel 2024 non indica necessariamente un fallimento, ma piuttosto la necessità continua di lavorare per il cambiamento e l’uguaglianza”.

Dopo molti interventi e finanziamenti dedicati all’occupabilità delle donne, oggi continuiamo a discutere le stesse problematiche. Soprattutto in Italia, che ha uno dei tassi di occupazione femminili più bassi d’Europa (di fatto il più basso). Peraltro, nel mezzo c’è stata una pandemia, che come sappiamo ha accentuato le differenze già esistenti e al contempo ha fatto emergere una necessità e una consapevolezza di cambiamento. E se non altro, questo è positivo.

Il gap non è colmato! La strada da percorrere è ancora lunga e il passo lento.

Il 2030 è l’anno target indicato dall’Agenda per lo Sviluppo sostenibile sottoscritta dagli stati membri dell’ONU. Uno degli SDGs è proprio la parità di genere: il goal 5.

Il puntuale monitoraggio dell’ONU sul raggiungimento di questi obiettivi ci restituisce un’immagine sconfortante. Negli ultimi 17 anni il divario di genere a livello globale si è ridotto in media solo di 0,24 punti percentuali all’anno; allora, proseguendo con questo ritmo, ci vorranno altri 131 anni per azzerare le differenze. L’anno in cui si pensa verrà raggiunta la parità di genere nel mondo è identificato nel 2154.

L’indicatore che sembra essere più lontano dal raggiungimento è Percentuale di tempo dedicato al lavoro domestico e di cura non retribuito, per sesso, età e luogo. A livello globale mancano investimenti e norme che possano incidere sulla questione. Il progresso di questo target è davvero troppo lento. Nel mondo le donne spendono 2,8 ore in più rispetto agli uomini sull’assistenza non retribuita e sul lavoro domestico. In Italia la situazione è ancor più preoccupante.

La ricerca della Banca d’Italia “Women Labour Markets Growth” del 2023 mostra come l’Italia sia il Paese europeo con il maggiore divario tra il tempo dedicato dalle donne e dagli uomini al lavoro domestico e alle attività di cura: circa 4 ore e 40 minuti al giorno per le donne e 1 ora e 50 minuti per gli uomini. Questo ampio divario si osserva anche quando ci si concentra sulle coorti più giovani. In Veneto i dati confermano lo  stesso divario.

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E questo, come impatta sul lavoro femminile?

Una prima conseguenza è la diminuzione delle ore lavorate dalle donne con un effetto importante sul divario retributivo e sulla futura pensione. Non solo. Le donne sono più spesso costrette ad occupare posizioni lavorative con contratti di lavoro part-time o, ancora, sono costrette a rinunciare al posto di lavoro (soprattutto dopo essere diventate madri) e, di conseguenza, tuttora registriamo tassi di occupazione più bassi rispetto agli uomini.

E se nasce un figlio? Le donne con figli piccoli lavorano meno delle altre.

Ad evidenziare come sia ancora carente il sistema dei servizi e del welfare dedicato alla famiglia e a sostegno della natalità nonostante sia stato più volte denunciato, anche dalla Fondazione Nord Est, il preoccupante fenomeno della denatalità.

Studiare paga?

Sembra proprio di si. Agli studi già esistenti si aggiunge il rapporto regionale sull’occupazione femminile maschile in Veneto (2023) che mette a confronto il genere maschile con quello femminile e con le donne che hanno figli in rapporto al titolo di studio. In Veneto, nei livelli più bassi di istruzione il vantaggio degli uomini sulle donne è molto evidente. Com’è evidente che la donna con una formazione di base è occupata in misura nettamente più bassa rispetto a quelle donne che hanno una formazione terziaria (32,2% contro 78,9%). Il vantaggio occupazionale però quasi si azzera quando uomini, donne e donne con figli possiedono una formazione terziaria, a conferma che il livello di istruzione è un fattore determinante anche per la questione della disparità di genere.

Sulla scelta del percorso di studi già sappiamo molto: gli uomini scelgono percorsi di studi secondari di ambito tecnico-scientifico, mentre le donne scelgono più facilmente percorsi umanistici o linguistici, e questo condiziona anche la futura scelta del percorso universitario. È sempre il rapporto della Banca d’Italia che mostra come ad incidere sulla scelta del percorso di studio ci siano anche altri fattori che sono fortemente condizionanti. La letteratura esistente sottolinea che l’ambiente familiare e scolastico influiscono sulle prestazioni scolastiche e sulla volontà delle ragazze di iscriversi a corsi tendenzialmente più frequentati dagli uomini, come le lauree STEM.

Ma in questo momento storico, nel quale siamo pienamente dentro i processi di digitalizzazione non solo dei processi produttivi, ma della vita stessa; nel quale si sta sempre più affermando l’AI; nel quale ci stiamo schiantando contro l’iceberg della glaciazione demografica, quali sono le competenze necessarie per essere donne e uomini competitivi? Se consideriamo che le ultime ricerche[1], saranno sempre più richiesti profili professionali connessi alla capacità di agire nei contesti lavorativi le abilità scientifiche, tecnologiche e digitali. Competenze che si apprendono in percorsi di studio STEM, i quali, come appena detto, sono tendenzialmente poco scelti dal genere femminile sia a causa del perdurare di stereotipi e pregiudizi di genere, sia per interessi personali.

Ma saranno necessarie solo competenze STEM? No.

È noto come in sede di selezione gli HR diano pari importanza alle soft skills, abilità delle quali generalmente le donne ha maggiore consapevolezza. Ed è proprio qui che il genere femminile può giocarsi la carta vincente.

In conclusione, la citazione della Presidente della Commissione europea centra la questione: “Disporre delle competenze adatte mette i cittadini in grado di affrontare con successo i cambiamenti del mercato del lavoro e di prendere pienamente parte alla società e alla democrazia” (Ursula Von der Leyen) .

 

[1] Randstad Research ha realizzato un rapporto in cui individua le dieci professioni digitali del futuro, ma anche Linkedin ha monitorato la richiesta di profili professionali nel social restituendo un elenco di professioni che saranno richieste nei prossimi anni.

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